l 20 giugno 1791, quando il sole tramontò su Parigi, nessuno immaginava che il re di Francia stesse per tentare una fuga destinata a cambiare la storia d’Europa.
Per due anni Luigi XVI aveva assistito impotente al crollo dell’Ancien Régime. La Bastiglia era caduta, i privilegi feudali erano stati aboliti e l’Assemblea Nazionale aveva progressivamente svuotato il potere della monarchia. Formalmente il sovrano sedeva ancora sul trono, ma ormai era quasi un prigioniero nel Palazzo delle Tuileries.
Il popolo continuava a chiamarlo “Maestà”.
I rivoluzionari lo definivano ormai semplicemente “il re dei Francesi”.
La differenza sembrava soltanto linguistica.
In realtà segnava la fine di oltre ottocento anni di monarchia assoluta.
Un sovrano diviso
Luigi XVI non era un tiranno sanguinario.
Non possedeva il carisma di Federico il Grande né il genio politico di Caterina II di Russia. Era un uomo onesto, profondamente religioso, amante della meccanica e della caccia, ma incapace di prendere decisioni rapide quando la situazione lo richiedeva.
Questa indecisione era diventata il suo peggior nemico.
Ogni scelta arrivava troppo tardi.
Ogni compromesso sembrava scontentare tutti.
Mentre la Francia precipitava nella rivoluzione, il sovrano sperava ancora di poter recuperare la situazione attraverso una monarchia costituzionale.
Ma dentro le Tuileries cresceva una convinzione diversa.
Bisognava fuggire.
Maria Antonietta non aveva più illusioni
Se Luigi XVI esitava, Maria Antonietta era ormai persuasa che Parigi fosse diventata una prigione.
L’arciduchessa d’Austria vedeva ogni giorno aumentare l’ostilità del popolo.
I giornali rivoluzionari la dipingevano come “l’Austriaca”, una straniera pronta a tradire la Francia.
Le caricature la trasformavano nel simbolo della corruzione della monarchia.
Ogni uscita pubblica diventava un’umiliazione.
Per lei restare significava attendere lentamente la rovina della famiglia reale.
Il piano segreto
L’idea nacque grazie al conte svedese Axel von Fersen, uno dei più fedeli sostenitori della famiglia reale.
Da mesi organizzava nei minimi dettagli un’audace evasione.
L’obiettivo non era raggiungere Vienna.
La destinazione era molto più vicina.
La cittadina fortificata di Montmédy, vicino al confine con il Lussemburgo.
Lì il marchese di Bouillé disponeva ancora di migliaia di soldati fedeli alla Corona.
Una volta raggiunta la fortezza, Luigi XVI avrebbe potuto negoziare con l’Assemblea da una posizione di forza oppure organizzare una controffensiva.
Il progetto sembrava realistico.
Ma aveva un difetto fatale.
Richiedeva precisione assoluta.
La carrozza che non avrebbe dovuto esistere
Fersen avrebbe preferito una fuga discreta.
Piccoli gruppi.
Cavalli veloci.
Spostamenti rapidi.
La famiglia reale, invece, volle viaggiare insieme.
Fu scelta una grande berlina di lusso.
Elegante.
Pesante.
Lenta.
Impossibile da non notare.
Ogni cambio di cavalli avrebbe comportato minuti preziosi di ritardo.
Ogni fermata aumentava il rischio di essere riconosciuti.
Era una decisione apparentemente secondaria.
Sarebbe diventata una delle cause principali del fallimento.
Travestimenti e identità false
La sera del 20 giugno iniziò l’operazione.
Maria Antonietta uscì separatamente dalle Tuileries.
I figli vennero fatti passare per bambini appartenenti a una nobile dama russa.
La governante impersonava la baronessa.
Luigi XVI si travestì da servitore.
Per alcune ore il piano sembrò funzionare.
Uno dopo l’altro tutti raggiunsero il punto d’incontro.
Finalmente la grande carrozza lasciò Parigi.
Alle loro spalle rimaneva una capitale addormentata.
Davanti a loro c’erano quasi trecento chilometri da percorrere.
Nessuno immaginava che la storia della monarchia francese stesse entrando nelle sue ultime quarantotto ore.
Il momento in cui la Storia cambiò
La fuga di Varennes non fu soltanto un tentativo di evasione.
Fu il momento in cui milioni di francesi compresero che il loro re non credeva più nella Rivoluzione.
Da quella notte il rapporto di fiducia tra Luigi XVI e il popolo non sarebbe mai stato ricostruito.
Lo sapevi?
Durante la fuga Luigi XVI venne probabilmente riconosciuto perché il suo volto compariva sulle monete francesi. Il funzionario delle poste Jean-Baptiste Drouet confrontò i lineamenti del viaggiatore con l’effigie impressa sulla valuta e intuì chi fosse realmente.
L’uomo che riconobbe il re
La carrozza continuava ad avanzare lentamente nella notte.
Troppo lentamente.
Ogni cambio di cavalli richiedeva più tempo del previsto. Alcuni reparti di cavalleria incaricati di proteggere il percorso, vedendo accumularsi i ritardi, abbandonarono le proprie posizioni per non destare sospetti tra la popolazione. Il piano, costruito con estrema cura, iniziava a sgretolarsi proprio a causa di quei minuti perduti.
Era il classico effetto domino.
In un’operazione clandestina, pochi minuti possono decidere il destino di un regno.
Sainte-Menehould
La sera del 21 giugno 1791 la grande berlina giunse a Sainte-Menehould, una tranquilla cittadina della Champagne.
Qui lavorava Jean-Baptiste Drouet, figlio del direttore delle poste.
Non era un generale.
Non era un ministro.
Non era una spia.
Era semplicemente un cittadino attento.
Mentre osservava i viaggiatori, qualcosa attirò la sua attenzione.
Il volto di quel presunto domestico gli sembrava incredibilmente familiare.
Per qualche istante rimase immobile.
Poi la memoria fece il resto.
Aveva visto quella faccia centinaia di volte.
Sulle monete.
Sugli assegnati.
Nei ritratti ufficiali.
Quel servitore non era un servitore.
Era Luigi XVI.
Una corsa contro il tempo
Drouet non perse tempo.
Saltò a cavallo insieme a Guillaume e prese una strada secondaria, molto più breve di quella percorsa dalla carrozza reale.
L’obiettivo era arrivare prima a Varennes-en-Argonne.
Bisognava avvertire le autorità locali.
Bisognava fermare il re.
La gara era iniziata.
Da una parte una pesante carrozza che avanzava lentamente.
Dall’altra due uomini a cavallo che conoscevano perfettamente il territorio.
La storia della monarchia francese si giocò in quella corsa notturna.
Varennes
Quando la famiglia reale raggiunse Varennes era ormai quasi mezzanotte.
Le strade erano strette.
Buie.
Confuse.
Anche qui gli imprevisti si moltiplicarono.
Il ponte che conduceva fuori dal paese era ostruito.
I cavalli destinati al cambio non erano pronti.
Gli ufficiali fedeli al re non riuscivano a coordinarsi.
Ogni minuto trascorso aumentava il pericolo.
Nel frattempo Drouet era già arrivato.
Le autorità municipali vennero allertate.
Le campane iniziarono a suonare.
La Guardia Nazionale si radunò rapidamente.
Gli abitanti uscirono dalle case.
Nel cuore della notte un piccolo villaggio si trasformò improvvisamente nel centro della storia europea.
“In nome della legge”
La carrozza fu fermata.
Il procuratore locale, Étienne Sauce, chiese i documenti.
I viaggiatori mostrarono i passaporti preparati da Fersen.
Ma ormai nessuno vi credeva più.
La tensione era altissima.
Per alcuni minuti nessuno osò pronunciare apertamente il nome del re.
Fu Luigi XVI stesso a rompere ogni ambiguità.
Rivelò la propria identità.
Sperava che il prestigio della Corona fosse sufficiente a convincere gli ufficiali a lasciarlo passare.
Accadde l’esatto contrario.
Ormai l’autorità suprema non era più il sovrano.
Era la legge votata dall’Assemblea Nazionale.
Per la prima volta nella storia di Francia un re veniva trattenuto in nome della sovranità nazionale.
Era una rivoluzione anche simbolica.
L’attesa
La famiglia reale venne accompagnata nella casa del droghiere Étienne Sauce.
Fu una notte lunghissima.
Maria Antonietta cercò disperatamente di convincere gli ufficiali.
Luigi XVI tentò di spiegare le proprie ragioni.
I bambini, stanchi e confusi, non comprendevano cosa stesse accadendo.
Fuori, la folla cresceva di ora in ora.
Arrivavano contadini.
Artigiani.
Curiosi.
Tutti volevano vedere il re che aveva tentato di abbandonare la Francia.
Intanto da Parigi partivano i commissari inviati dall’Assemblea.
Il loro ordine era inequivocabile.
Il re doveva tornare nella capitale.
Il punto di non ritorno
Quando i commissari raggiunsero Varennes non esistevano più margini di trattativa.
Luigi XVI era ufficialmente un sovrano fermato dai suoi stessi sudditi.
Nessun esercito era arrivato da Montmédy.
Bouillé non era riuscito a intervenire.
Il grande piano era fallito.
La monarchia aveva perso la sua ultima occasione di riconquistare l’iniziativa.
Anche se Luigi XVI fosse rimasto formalmente sul trono ancora per oltre un anno, il legame di fiducia con il popolo era ormai irrimediabilmente spezzato.
Da quel momento molti francesi iniziarono a chiedersi una domanda fino ad allora impensabile:
La Francia ha ancora bisogno di un re?
Lo sapevi?
Durante il fermo a Varennes, alcuni cittadini si tolsero il cappello davanti a Luigi XVI per rispetto della sua persona, mentre altri si rifiutarono deliberatamente di farlo. Quel piccolo gesto mostrava una Francia ormai profondamente divisa tra fedeltà alla monarchia e sostegno alla Rivoluzione.
Il ritorno del re che non era più un re
La mattina del 22 giugno 1791 la grande carrozza ripartì da Varennes.
Ma il viaggio era completamente diverso da quello iniziato due giorni prima.
Non era più una fuga.
Era un trasferimento sotto sorveglianza.
Ai lati della carrozza marciavano i soldati della Guardia Nazionale.
Davanti e dietro si allungava una colonna armata.
La famiglia reale non era tecnicamente prigioniera.
Eppure nessuno avrebbe potuto allontanarsi.
Il sovrano di Francia stava tornando a Parigi come un uomo sconfitto.
Una nazione assiste alla caduta del proprio re
Lungo la strada migliaia di persone si assiepavano ai bordi delle vie.
Contadini.
Artigiani.
Mercanti.
Donne con i bambini in braccio.
Molti avevano camminato per chilometri pur di vedere il corteo.
Nessuno applaudiva.
Nessuno gridava “Viva il Re!”.
Il silenzio era molto più eloquente di qualsiasi insulto.
Quel silenzio raccontava la fine di un’epoca.
Fino ad allora il re era stato considerato il padre della nazione.
Ora appariva come un uomo che aveva cercato di abbandonare il proprio popolo.
I tre uomini che controllavano il re
L’Assemblea Nazionale affidò la custodia della famiglia reale a tre commissari.
Tra essi vi era Jérôme Pétion, destinato pochi mesi dopo a diventare sindaco di Parigi.
Pétion osservò attentamente Luigi XVI e Maria Antonietta durante tutto il viaggio.
Le sue memorie raccontano un sovrano calmo, quasi rassegnato.
La regina, invece, appariva orgogliosa e combattiva.
Continuava a sostenere che la fuga fosse stata necessaria.
Non mostrava alcun pentimento.
Anzi.
Era convinta che il vero errore fosse stato non raggiungere Montmédy.
Barnave e la regina
Tra i deputati incaricati della scorta vi era anche Antoine Barnave, uno dei protagonisti della Rivoluzione.
All’inizio vedeva Maria Antonietta come il simbolo dell’assolutismo.
Durante il viaggio, però, qualcosa cambiò.
Parlando con la regina rimase colpito dalla sua intelligenza, dalla sua dignità e dalla preoccupazione per i figli.
Non divenne un monarchico.
Ma iniziò a credere che la Francia avesse ancora bisogno di una monarchia costituzionale.
Fu uno degli ultimi grandi tentativi di salvare il trono.
Sarebbe fallito.
E Barnave stesso sarebbe salito sulla ghigliottina nel 1793.
“Chi applaudirà il re sarà bastonato”
Nel frattempo Parigi attendeva il ritorno della famiglia reale.
L’Assemblea emanò un ordine tanto semplice quanto significativo.
Chi applaudirà il re sarà bastonato. Chi lo insulterà sarà arrestato.
L’obiettivo era evitare incidenti.
Il risultato fu straordinario.
Quando la carrozza attraversò la capitale, decine di migliaia di persone assistettero al passaggio in un silenzio quasi irreale.
Nessun grido.
Nessun applauso.
Nessuna manifestazione di affetto.
Solo gli zoccoli dei cavalli e il rumore delle ruote sul selciato.
Era il funerale politico della monarchia.
Un re senza fiducia
Luigi XVI tornò alle Tuileries.
Formalmente conservava ancora la corona.
La Costituzione non era stata completata.
La monarchia esisteva ancora.
Ma la fiducia era scomparsa.
I rivoluzionari moderati cercarono di sostenere che il re fosse stato rapito contro la propria volontà.
Pochi ci credettero.
La lettera lasciata da Luigi XVI prima della fuga venne resa pubblica.
In quelle pagine il sovrano criticava apertamente molte riforme rivoluzionarie e denunciava le limitazioni imposte alla Corona.
Ogni dubbio svanì.
Il re aveva scelto volontariamente di lasciare Parigi.
Il Campo di Marte
La fuga di Varennes radicalizzò la Rivoluzione.
Sempre più francesi iniziarono a chiedere la fine della monarchia.
Il 17 luglio 1791, al Campo di Marte, migliaia di cittadini firmarono una petizione per deporre Luigi XVI.
L’Assemblea temeva una deriva rivoluzionaria.
Il marchese de La Fayette, comandante della Guardia Nazionale, ricevette l’ordine di disperdere la folla.
Quando la situazione degenerò, i soldati aprirono il fuoco.
Decine di manifestanti morirono.
Fu il primo grande bagno di sangue della Rivoluzione dopo il 1789.
La frattura tra monarchia e popolo diventò definitiva.
Da Varennes alla ghigliottina
Dopo Varennes il destino del sovrano era ormai segnato.
Nel settembre del 1791 entrò in vigore la monarchia costituzionale.
Durò meno di un anno.
Il 10 agosto 1792 il popolo assaltò il Palazzo delle Tuileries.
La monarchia fu sospesa.
Nel settembre venne proclamata la Repubblica.
A dicembre iniziò il processo.
Il 21 gennaio 1793, in Place de la Révolution, Luigi XVI salì sul patibolo.
L’uomo che aveva cercato di fuggire a Varennes perse la testa sotto la lama della ghigliottina.
Perché Varennes cambiò la storia
Molti storici ritengono che la fuga di Varennes sia stato il vero punto di non ritorno della Rivoluzione francese.
Fino a quel momento una monarchia costituzionale sul modello britannico era ancora possibile.
Dopo il giugno 1791, quella possibilità si ridusse drasticamente.
La fiducia, elemento indispensabile per qualsiasi monarchia, era stata distrutta.
Da quella frattura nacquero la Repubblica, il Terrore, le guerre rivoluzionarie e, infine, l’ascesa di un giovane ufficiale d’artiglieria corso che avrebbe saputo sfruttare il caos meglio di chiunque altro.
Il suo nome era Napoleone Bonaparte.
Curiosità
La grande berlina utilizzata per la fuga è diventata uno dei veicoli più celebri della storia. Gli storici continuano a discutere se una carrozza più piccola e veloce avrebbe consentito alla famiglia reale di raggiungere Montmédy. Molti ritengono che quella scelta, apparentemente logistica, abbia avuto conseguenze enormi sul destino della Francia e dell’Europa.
Conclusione
La fuga di Varennes non fu soltanto il fallimento di un piano.
Fu il momento in cui un’intera nazione cessò di credere nel proprio sovrano.
In meno di quarantotto ore Luigi XVI passò dall’essere il simbolo della monarchia francese a un re sospettato di tradimento. La corona rimase ancora sul suo capo per qualche mese, ma il potere reale era ormai perduto.
La strada verso la Repubblica, la ghigliottina e l’epopea napoleonica era ormai aperta.
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Storia, ricerca e racconto
Antonio Grillo

Studio e racconto Napoleone e la sua epoca attraverso documenti, testimonianze, luoghi storici e vicende umane. Il mio obiettivo è separare sempre i fatti dalle interpretazioni e dalle leggende, senza rinunciare alla forza narrativa della storia.
Con Napoleone.info, Giganti della Storia e il canale YouTube Napoleone1769 costruisco un percorso di divulgazione dedicato ai protagonisti, alle battaglie, agli intrighi e ai grandi misteri del passato.
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