Massimiliano Robespierre e il Terrore

robespierre

Rivoluzione francese

Massimiliano Robespierre e il Terrore: quando la virtù impugnò la ghigliottina

Fu il difensore incorruttibile del popolo o il tiranno che trasformò la Rivoluzione francese in una macchina di morte? La storia di Robespierre è quella di un uomo che volle costruire una Repubblica fondata sulla virtù e finì travolto dal sistema di paura che aveva contribuito a creare.

Parigi, 28 luglio 1794.

Una carretta avanza lentamente verso la Place de la Révolution. La folla riempie le strade, si accalca alle finestre, urla, insulta e osserva l’uomo seduto tra i condannati.

Ha il volto pallido. Una fasciatura sporca di sangue gli avvolge la mascella frantumata. Non può parlare. Ogni movimento della vettura gli provoca un dolore atroce.

Soltanto poche settimane prima, il suo nome faceva tremare la Francia.

Ora nessuno osa salvarlo.

Quell’uomo è Maximiliano Robespierre, il deputato soprannominato l’Incorruttibile, il difensore dei poveri, il nemico della monarchia, il teorico della virtù repubblicana e il volto più celebre del Terrore.

Sta per essere condotto alla stessa ghigliottina davanti alla quale erano morti un re, una regina, aristocratici, sacerdoti, rivoluzionari moderati e persino alcuni dei suoi più antichi compagni.

La lama che aveva eliminato i nemici della Repubblica sta per abbattersi su uno dei suoi più inflessibili difensori.

Ma chi era davvero Robespierre?

Un fanatico assetato di sangue? Un idealista incapace di comprendere le conseguenze delle proprie idee? Un dittatore che governò la Francia attraverso la paura? Oppure il capro espiatorio sul quale i sopravvissuti scaricarono tutte le colpe di una violenza collettiva?

Per comprenderlo bisogna tornare indietro, molto prima della ghigliottina, quando Robespierre era soltanto un giovane avvocato di provincia convinto che la politica potesse rendere gli uomini migliori.


 L’uomo che voleva rendere virtuosa la Rivoluzione

Il ragazzo di Arras

Maximilien-François-Marie-Isidore de Robespierre nacque ad Arras, nel nord della Francia, il 6 maggio 1758.

La sua non era una famiglia aristocratica nel senso tradizionale del termine. Il padre esercitava la professione di avvocato e apparteneva a quella borghesia colta che possedeva istruzione e ambizioni, ma non godeva dei privilegi riservati alla grande nobiltà.

L’infanzia di Maximilien fu segnata dalla perdita.

La madre morì nel 1764, poco dopo aver dato alla luce il quinto figlio. Il padre si allontanò progressivamente dalla famiglia e i bambini vennero affidati ai parenti.

Robespierre crebbe così in un ambiente severo, sviluppando presto un carattere riservato, disciplinato e profondamente sensibile al giudizio degli altri.

Non possedeva la vitalità travolgente di Georges Danton. Non aveva il fascino irrequieto di Camille Desmoulins. Non era un uomo capace di conquistare una sala con una risata o con un gesto teatrale.

Era metodico.

Freddo in apparenza.

Ostinato.

Soprattutto, credeva con una forza quasi religiosa nella superiorità dei principi morali.

L’incontro con Rousseau

Grazie ai risultati ottenuti negli studi, Robespierre ricevette una borsa di studio per frequentare il prestigioso Collège Louis-le-Grand di Parigi.

Qui studiò latino, retorica, filosofia e diritto. Ma l’autore che influenzò più profondamente il suo pensiero fu Jean-Jacques Rousseau.

Rousseau sosteneva che la sovranità appartenesse al popolo e che la legge dovesse rappresentare la volontà generale. La società, secondo il filosofo, aveva corrotto l’uomo attraverso la disuguaglianza, il lusso e l’interesse personale.

Queste idee lasciarono un’impronta indelebile nel giovane Robespierre.

La politica, per lui, non sarebbe mai stata soltanto l’arte di amministrare lo Stato. Doveva diventare uno strumento di rigenerazione morale.

Una buona Repubblica non aveva bisogno soltanto di leggi giuste.

Aveva bisogno di cittadini virtuosi.

Ed era proprio in questa convinzione, apparentemente nobile, che si nascondeva uno dei pericoli destinati a emergere negli anni del Terrore.

Quando la politica pretende di stabilire non soltanto ciò che è legale, ma anche chi è moralmente puro, ogni avversario può trasformarsi in un traditore.

Un avvocato dalla parte degli ultimi

Terminati gli studi, Robespierre tornò ad Arras e iniziò la professione di avvocato.

Si occupò di controversie civili e penali, partecipò alla vita culturale della città ed entrò nell’Accademia di Arras. La sua reputazione crebbe grazie ad alcuni processi nei quali difese persone comuni contro autorità e istituzioni più potenti.

In quegli anni non appariva come un futuro rivoluzionario sanguinario.

Al contrario, espresse riserve sull’applicazione della pena capitale e denunciò le ingiustizie prodotte dai privilegi sociali.

Il Robespierre degli inizi credeva nei diritti dell’uomo, nella libertà di stampa, nell’uguaglianza civile e nella necessità di rendere la giustizia più umana.

Era un uomo dei Lumi.

Ma era anche un moralista inflessibile.

Non cercava compromessi tra interessi differenti. Cercava una verità politica alla quale tutti avrebbero dovuto conformarsi.

Il Terzo Stato entra nella storia

Nel 1788 la monarchia francese era sull’orlo del collasso finanziario.

Luigi XVI fu costretto a convocare gli Stati Generali, l’assemblea dei rappresentanti del clero, della nobiltà e del Terzo Stato, che non si riuniva dal 1614.

Ad Arras, Robespierre partecipò alla stesura delle richieste politiche del Terzo Stato e si presentò alle elezioni come rappresentante della provincia dell’Artois.

Venne eletto deputato.

Nel maggio del 1789 arrivò a Versailles.

Aveva trentuno anni, un abito accuratamente scelto, una voce non particolarmente potente e nessuna esperienza nella grande politica.

Intorno a lui sedevano aristocratici, ecclesiastici, magistrati, avvocati celebri e oratori molto più affermati.

Pochi lo notarono.

Nessuno poteva immaginare che, nel giro di cinque anni, quel deputato quasi sconosciuto sarebbe diventato uno degli uomini più temuti di Francia.

La nascita dell’Incorruttibile

Robespierre non si impose immediatamente nell’Assemblea.

I suoi primi interventi furono accolti con scarsa attenzione e talvolta con ironia. La sua voce era sottile, lo stile solenne e il tono spesso didattico.

Ma continuò a parlare.

Intervenne contro i privilegi, difese la libertà di stampa, sostenne l’uguaglianza politica e chiese che i diritti proclamati dalla Rivoluzione non restassero riservati ai cittadini più ricchi.

Si oppose alla distinzione tra cittadini “attivi”, autorizzati a votare, e cittadini “passivi”, esclusi perché non possedevano un reddito sufficiente.

Difese gli ebrei francesi, gli attori e altre categorie private di pieni diritti civili. Si espresse contro la schiavitù e contro le discriminazioni fondate sul colore della pelle.

In un’Assemblea dominata da proprietari e notabili, Robespierre si presentava come il difensore coerente di coloro che non avevano voce.

Questa coerenza gli procurò un soprannome destinato a diventare leggendario:

l’Incorruttibile.

Non conduceva una vita lussuosa. Non accumulava ricchezze. Non sembrava interessato agli incarichi più remunerativi.

Anche i suoi avversari faticavano ad accusarlo di essersi venduto.

Ma l’incorruttibilità, quando si accompagna alla convinzione di rappresentare la virtù, può trasformarsi in qualcosa di terribile.

Chi si considera moralmente puro finisce facilmente per vedere il dissenso non come un errore, ma come una colpa.

Il club dei Giacobini

Se nell’Assemblea Robespierre faticava inizialmente a emergere, trovò il proprio vero campo di battaglia nel club dei Giacobini.

Nato come luogo di incontro per i deputati favorevoli alle riforme, il club divenne progressivamente una delle organizzazioni politiche più influenti della Rivoluzione.

Le sue società affiliate si diffusero in tutta la Francia, creando una rete capace di orientare l’opinione pubblica, mobilitare i cittadini e mettere sotto pressione le assemblee.

Qui Robespierre poteva parlare davanti a un pubblico che apprezzava la sua austerità e la sua coerenza.

Non aveva bisogno di conquistare gli aristocratici moderati.

Parlava ai patrioti.

Agli artigiani.

Ai piccoli commercianti.

A coloro che temevano che la Rivoluzione potesse essere sottratta al popolo da nuovi privilegiati.

Ogni discorso rafforzava la sua reputazione.

Ogni attacco degli avversari sembrava confermare che l’Incorruttibile fosse uno dei pochi uomini rimasti fedeli agli ideali del 1789.

La fuga di Varennes

La notte tra il 20 e il 21 giugno 1791, Luigi XVI e la famiglia reale tentarono di lasciare Parigi.

Il re venne riconosciuto e fermato a Varennes. Il suo ritorno nella capitale distrusse gran parte della fiducia che ancora circondava la monarchia.

Per molti francesi, il sovrano non era più il padre della nazione.

Era un uomo che aveva cercato di abbandonare il proprio popolo e forse di raggiungere forze militari capaci di soffocare la Rivoluzione.

Robespierre comprese immediatamente la gravità dell’accaduto.

Mentre i moderati cercavano di salvare la monarchia sostenendo l’inverosimile teoria secondo cui il re fosse stato rapito, l’Incorruttibile denunciava il pericolo rappresentato dalla Corte.

La frattura tra la monarchia e la Rivoluzione era diventata insanabile.

Ma Robespierre non chiedeva ancora necessariamente una Repubblica immediata. Temeva che una crisi istituzionale incontrollata potesse favorire l’esercito, i notabili o un nuovo potere autoritario.

Questa prudenza rivela un aspetto spesso dimenticato del personaggio.

Robespierre non fu sempre l’uomo più radicale della Rivoluzione.

In diverse occasioni cercò di frenare decisioni che riteneva premature o pericolose. Ma, una volta convinto che la salvezza della Repubblica fosse in gioco, diventava quasi impossibile fargli accettare un compromesso.

Approfondisci: la fuga di Varennes

La guerra che Robespierre non voleva

Alla fine del 1791, molti rivoluzionari iniziarono a chiedere una guerra contro le monarchie europee.

I Girondini sostenevano che gli eserciti francesi avrebbero liberato i popoli oppressi e diffuso gli ideali rivoluzionari oltre i confini.

Anche la Corte guardava con favore al conflitto, ma per ragioni opposte: Luigi XVI e Maria Antonietta speravano che una sconfitta militare permettesse alle potenze straniere di restaurare l’autorità monarchica.

Robespierre si oppose alla guerra.

Capì che un conflitto avrebbe rafforzato i generali, militarizzato la politica e fornito ai nemici della Rivoluzione il pretesto per sospendere le libertà.

Contestò l’illusione secondo cui i popoli stranieri avrebbero accolto i soldati francesi come liberatori.

Nessuno ama i missionari armati.

La sua opposizione non bastò.

Il 20 aprile 1792 la Francia dichiarò guerra all’Austria.

Le prime operazioni militari furono disastrose. I soldati fuggivano, gli ufficiali venivano sospettati di tradimento e l’invasione straniera sembrava imminente.

La paura iniziò a dominare la Rivoluzione.

Ed è dalla paura, più ancora che dall’ideologia, che sarebbe nato il Terrore.

La caduta della monarchia

Nell’estate del 1792 la tensione raggiunse il limite.

Gli eserciti austro-prussiani avanzavano verso la Francia. Il duca di Brunswick minacciò Parigi di una vendetta esemplare qualora fosse stata arrecata violenza alla famiglia reale.

Il proclama ebbe l’effetto opposto a quello desiderato.

Molti rivoluzionari lo interpretarono come la prova definitiva dell’accordo tra Luigi XVI e i nemici stranieri.

Il 10 agosto 1792, sanculotti parigini e federati provenienti dalle province assaltarono il Palazzo delle Tuileries.

Le Guardie svizzere vennero massacrate. La famiglia reale cercò rifugio presso l’Assemblea legislativa.

La monarchia fu sospesa.

La Francia si preparava a eleggere una nuova assemblea, la Convenzione nazionale, incaricata di dare al Paese una nuova costituzione.

Robespierre entrò nella Comune insurrezionale di Parigi e venne eletto deputato alla Convenzione.

La Repubblica stava per nascere.

Ma sarebbe nata circondata dai nemici, attraversata dalle rivolte e ossessionata dal tradimento.

Le stragi di settembre

Nei primi giorni di settembre del 1792, mentre gli eserciti prussiani avanzavano e la fortezza di Verdun sembrava prossima alla caduta, a Parigi si diffuse il timore che i prigionieri politici e comuni potessero evadere, armarsi e massacrare le famiglie dei volontari partiti per il fronte.

Tra il 2 e il 6 settembre, gruppi di cittadini entrarono nelle prigioni della capitale e uccisero più di mille detenuti.

Tra le vittime vi furono sacerdoti refrattari, nobili, guardie svizzere, prigionieri politici e comuni criminali.

Le stragi di settembre rappresentano uno dei momenti più oscuri della Rivoluzione.

Robespierre non le organizzò personalmente e non esistono prove solide che ne sia stato il regista. Tuttavia non intervenne con decisione per fermarle e, come altri dirigenti rivoluzionari, contribuì a creare un clima nel quale il sospetto di tradimento poteva trasformarsi in una condanna senza processo.

Il confine tra giustizia rivoluzionaria e vendetta popolare stava scomparendo.

Il Terrore non era ancora stato istituzionalizzato.

Ma la sua logica era già presente.

Il nemico non doveva essere soltanto sconfitto.

Doveva essere eliminato prima che potesse colpire.

Il processo a Luigi XVI

Il 21 settembre 1792 la Convenzione abolì la monarchia. Il giorno seguente sarebbe stato considerato il primo giorno della Repubblica francese.

Restava però una domanda decisiva:

che cosa fare di Luigi XVI?

Dopo la scoperta di documenti compromettenti nell’armadio di ferro delle Tuileries, il sovrano venne accusato di aver cospirato contro la libertà della nazione.

I Girondini cercarono di rallentare il processo o di sottoporre la sentenza al voto popolare.

Robespierre assunse una posizione inflessibile.

Sosteneva che il re non potesse essere giudicato come un normale cittadino, perché la Rivoluzione aveva già dimostrato la sua colpevolezza rovesciandolo.

Se Luigi fosse stato innocente, allora l’insurrezione del 10 agosto sarebbe stata un crimine e la Repubblica non avrebbe avuto alcuna legittimità.

Robespierre, che in precedenza si era espresso contro la pena di morte, ne chiedeva ora l’applicazione.

Non per vendetta personale.

Non per crudeltà dichiarata.

Ma in nome della necessità politica.

Luigi deve morire perché la patria possa vivere.

In quella frase era racchiusa l’intera tragedia di Robespierre.

L’uomo che aveva difeso principi universali iniziava ad ammettere che, in circostanze eccezionali, la salvezza collettiva potesse richiedere la sospensione di quei principi.

Il 21 gennaio 1793, Luigi XVI venne ghigliottinato.

L’Europa monarchica reagì con orrore.

La guerra si allargò.

E la Repubblica si ritrovò accerchiata.

Robespierre era già il dittatore della Francia?

No. All’inizio del 1793 Robespierre era uno dei deputati più influenti della Convenzione e uno dei principali leader dei Giacobini, ma non controllava da solo il governo rivoluzionario.

Il potere era distribuito tra la Convenzione nazionale, il Comitato di salute pubblica, il Comitato di sicurezza generale, la Comune di Parigi, i rappresentanti in missione e numerose organizzazioni popolari.

Definire il Terrore come una semplice dittatura personale di Robespierre significa trasformare un sistema complesso in una storia rassicurante: quella di un solo tiranno responsabile di tutto.

Robespierre ebbe responsabilità politiche gravissime e contribuì a giustificare la repressione attraverso il linguaggio della virtù e della salvezza pubblica.

Ma non fu né l’unico artefice né il padrone assoluto della macchina rivoluzionaria.

La Repubblica circondata

Nella primavera del 1793 la situazione della Francia appariva disperata.

Le potenze europee formavano una coalizione contro la Repubblica. Gli eserciti francesi subivano sconfitte. Il generale Dumouriez, uno degli eroi della guerra, disertò e passò al nemico.

In Vandea esplose una vasta insurrezione contro la leva militare, la persecuzione religiosa e il governo rivoluzionario.

Nelle città il prezzo del pane aumentava. La moneta perdeva valore. I sanculotti reclamavano misure contro gli speculatori e i nemici interni.

La Convenzione era divisa tra Girondini e Montagnardi.

Ogni fazione accusava l’altra di condurre la Repubblica verso la rovina.

La Rivoluzione, nata proclamando i diritti dell’uomo, cominciò a convincersi che per sopravvivere dovesse sospenderli.

Nasce il Comitato di salute pubblica

Il 6 aprile 1793 la Convenzione istituì il Comitato di salute pubblica.

Il suo compito era coordinare la difesa nazionale, sorvegliare i ministri e adottare rapidamente le misure necessarie per salvare la Repubblica.

Non era ancora la struttura associata al nome di Robespierre.

Inizialmente la figura dominante fu Danton.

Ma la crisi continuava a peggiorare.

Tra il 31 maggio e il 2 giugno 1793, sotto la pressione della Guardia nazionale e dei sanculotti, i principali deputati girondini furono arrestati.

La Montagna conquistò il controllo della Convenzione.

Il 27 luglio 1793 Robespierre entrò nel Comitato di salute pubblica.

Aveva trentacinque anni.

La Francia era invasa, divisa e affamata.

Da quel momento l’Incorruttibile non sarebbe più stato soltanto la coscienza morale della Rivoluzione.

Sarebbe diventato uno degli uomini responsabili della sua sopravvivenza.

E per salvare la Repubblica avrebbe accettato strumenti che, pochi anni prima, avrebbe probabilmente condannato.

Il Terrore si avvicina

Nell’estate del 1793 la Rivoluzione francese si trovava davanti a un bivio.

Poteva rispettare le libertà proclamate nel 1789 rischiando di essere distrutta dai nemici interni ed esterni.

Oppure poteva creare un governo d’eccezione, concentrare il potere, controllare l’economia, mobilitare l’intera popolazione e colpire senza pietà chiunque fosse sospettato di tradimento.

Robespierre e i suoi compagni scelsero la seconda strada.

La chiamarono salvezza pubblica.

La storia l’avrebbe ricordata con un altro nome:

il Terrore.

 

La Repubblica sotto assedio

Nell’estate del 1793 la Francia combatteva contemporaneamente contro le monarchie europee, le rivolte interne, la fame e il sospetto. Per salvare la Repubblica, i rivoluzionari costruirono un governo d’eccezione. La giustizia divenne un’arma politica e la paura entrò nelle case dei cittadini.

Parigi, settembre 1793

La folla circondava la Convenzione nazionale.

Operai, artigiani, venditori, domestici e piccoli commercianti chiedevano pane, salari adeguati e punizioni contro coloro che venivano accusati di approfittare della crisi.

Nelle botteghe mancavano i prodotti essenziali. Il valore degli assegnati continuava a diminuire. I prezzi aumentavano più rapidamente delle retribuzioni.

Intanto, dai confini, arrivavano notizie inquietanti.

Gli eserciti della coalizione europea minacciavano la Francia. In Vandea continuava la guerra civile. Lione, Marsiglia, Tolone e altre città erano insorte contro il potere della Convenzione dominata dalla Montagna.

La Repubblica sembrava assediata da ogni parte.

Il nemico poteva essere un soldato austriaco oltre il confine, un ribelle vandeano nascosto nelle campagne, un generale pronto a tradire, un sacerdote refrattario, un aristocratico o persino un vicino di casa accusato di rimpiangere il re.

In quel clima, il sospetto divenne una forma di governo.

“`

“`

«Il Terrore all’ordine del giorno»

Il 5 settembre 1793, una folla di sanculotti e militanti parigini raggiunse la Convenzione chiedendo misure straordinarie.

La pressione popolare era enorme.

Bisognava fissare il prezzo del pane, colpire gli speculatori, creare un esercito rivoluzionario e arrestare i nemici della Repubblica.

In quelle giornate si diffuse una formula destinata a diventare celebre:

«Il Terrore sia posto all’ordine del giorno».

La Convenzione non approvò formalmente una legge con quelle precise parole. Tuttavia, nelle settimane successive, adottò una serie di provvedimenti che costruirono progressivamente un autentico governo d’eccezione.

L’obiettivo dichiarato non era diffondere una violenza incontrollata.

Al contrario, i dirigenti rivoluzionari sostenevano di voler sottrarre la repressione alla folla e affidarla allo Stato.

Non più massacri improvvisati nelle prigioni.

Non più vendette private.

La violenza doveva essere organizzata, giudicata e amministrata dalla Repubblica.

Era una distinzione teoricamente importante.

Ma per coloro che sarebbero finiti davanti al Tribunale rivoluzionario, il risultato poteva essere lo stesso.

La leva in massa: una nazione trasformata in esercito

Prima ancora di rendere sistematica la repressione interna, la Convenzione dovette affrontare la guerra esterna.

Il 23 agosto 1793 venne decretata la leva in massa.

Non si trattava semplicemente di reclutare nuovi soldati.

L’intera società francese doveva partecipare alla difesa nazionale.

I giovani sarebbero andati a combattere.

Gli uomini sposati avrebbero fabbricato armi e trasportato rifornimenti.

Le donne avrebbero cucito uniformi e prestato servizio negli ospedali.

I bambini avrebbero preparato bende e vecchi tessuti.

Gli anziani avrebbero incoraggiato i combattenti nelle piazze.

La guerra non apparteneva più soltanto ai re, agli eserciti professionali e ai mercenari.

Per la prima volta nell’Europa moderna, una grande potenza mobilitava sistematicamente le energie di un’intera nazione in nome di un’idea politica.

La Repubblica trasformò la popolazione in una risorsa militare.

Questa mobilitazione avrebbe contribuito a salvare la Francia e avrebbe cambiato per sempre il modo di combattere le guerre europee.

 

Il Comitato di salute pubblica

Al centro del governo rivoluzionario si trovava il Comitato di salute pubblica.

Ne facevano parte uomini molto diversi tra loro: Robespierre, Louis Antoine de Saint-Just, Georges Couthon, Lazare Carnot, Bertrand Barère, Jacques-Nicolas Billaud-Varenne, Jean-Marie Collot d’Herbois e altri dirigenti della Montagna.

Non erano semplici esecutori degli ordini di Robespierre.

Discutevano, si dividevano, stringevano alleanze e difendevano concezioni differenti della Rivoluzione.

Carnot si occupava soprattutto della guerra e dell’organizzazione degli eserciti.

Barère presentava alla Convenzione i grandi rapporti politici e militari.

Billaud-Varenne e Collot d’Herbois sostenevano spesso misure repressive ancora più dure di quelle proposte da Robespierre.

Saint-Just, giovanissimo e inflessibile, incarnava l’idea di una Repubblica rigenerata attraverso la virtù e la disciplina.

Robespierre esercitava una grande influenza politica, soprattutto presso i Giacobini e la Comune di Parigi, ma non governava da solo.

Il Comitato era un organo collegiale.

Proprio per questo, attribuire a un unico uomo tutte le decisioni del Terrore significa semplificare una realtà molto più complessa.

Tuttavia Robespierre contribuì in modo decisivo a fornire al governo rivoluzionario la sua giustificazione morale.

La Repubblica, secondo lui, non combatteva soltanto per sopravvivere.

Combatteva per difendere la virtù contro la corruzione.

 

Un governo provvisorio e rivoluzionario

Il 10 ottobre 1793 la Convenzione stabilì che il governo della Francia sarebbe rimasto rivoluzionario fino alla pace.

La Costituzione democratica approvata nel giugno precedente venne sospesa.

In teoria, quella Costituzione riconosceva il suffragio universale maschile, il diritto all’assistenza e persino il diritto all’insurrezione contro un governo oppressivo.

In pratica, non entrò mai in vigore.

I dirigenti della Convenzione sostenevano che non fosse possibile applicare una Costituzione ordinaria mentre la Repubblica rischiava di essere distrutta.

Prima bisognava vincere la guerra.

Prima bisognava sconfiggere le rivolte.

Prima bisognava eliminare i traditori.

Soltanto dopo sarebbe tornata la libertà.

È una delle promesse più pericolose della storia politica:

sospendere temporaneamente i diritti per poterli salvare definitivamente.

Il problema era stabilire quando l’emergenza sarebbe finita e chi avrebbe avuto il potere di dichiararla conclusa.

 

La Legge dei sospetti

Il 17 settembre 1793 la Convenzione approvò la Legge dei sospetti.

Era uno dei pilastri del sistema repressivo rivoluzionario.

Potevano essere arrestati coloro che, attraverso la condotta, le relazioni, le parole o gli scritti, si fossero mostrati sostenitori della tirannia, del federalismo o nemici della libertà.

La definizione era volutamente ampia.

Tra i sospetti potevano rientrare ex nobili incapaci di dimostrare una sincera adesione alla Rivoluzione, parenti degli emigrati, funzionari rimossi dagli incarichi, sacerdoti refrattari e cittadini privi di un certificato di civismo.

Non era necessario aver compiuto un attentato.

Non era indispensabile aver partecipato a una cospirazione.

Potevano bastare una frase imprudente, una denuncia, un comportamento ambiguo o la reputazione di non essere sufficientemente patriottici.

In tutta la Francia, i comitati rivoluzionari iniziarono a compilare elenchi, controllare documenti e ordinare arresti.

Le prigioni si riempirono.

Molti detenuti non sarebbero mai comparsi davanti a un tribunale.

Altri avrebbero atteso per mesi senza sapere da chi fossero stati accusati e quale reato avessero commesso.

 

Chi poteva diventare sospetto?

Durante il Terrore, la categoria del sospetto non coincideva con quella del colpevole.

Il sospetto era una persona che il potere considerava potenzialmente pericolosa.

Poteva essere arrestato chi aveva criticato una decisione della Convenzione, chi non aveva partecipato alle cerimonie civiche, chi aveva nascosto un sacerdote, chi aveva rapporti con una famiglia aristocratica o chi era stato denunciato da un vicino.

In un sistema fondato sulla prevenzione del tradimento, l’assenza di prove poteva essere interpretata come prova dell’abilità del cospiratore nel nascondersi.

Il cittadino non doveva soltanto rispettare la legge.

Doveva dimostrare continuamente il proprio patriottismo.

 

Il Tribunale rivoluzionario

Il Tribunale rivoluzionario era stato istituito nel marzo del 1793 per giudicare i reati politici e i complotti contro la Repubblica.

Aveva sede a Parigi, nel Palazzo di Giustizia.

Il suo accusatore pubblico più famoso era Antoine Quentin Fouquier-Tinville.

Metodico, instancabile e completamente identificato con il proprio incarico, Fouquier-Tinville preparava gli atti di accusa e conduceva davanti ai giudici uomini e donne indicati come nemici della Rivoluzione.

All’inizio il tribunale conservava alcune forme processuali tradizionali.

Gli imputati potevano rispondere alle accuse, chiamare testimoni e avvalersi di una difesa.

Ma il clima politico esercitava una pressione crescente.

Assolvere un sospetto poteva sembrare un atto di debolezza.

Difendere un accusato poteva attirare sospetti sullo stesso avvocato.

Progressivamente, la funzione del processo cambiò.

Non doveva più soltanto accertare una responsabilità individuale.

Doveva mostrare pubblicamente che la Repubblica sapeva riconoscere e punire i propri nemici.

 

Maria Antonietta davanti ai giudici

Nell’ottobre del 1793 il Tribunale rivoluzionario ricevette la sua prigioniera più celebre.

Maria Antonietta, già regina di Francia, era detenuta nella Conciergerie.

Aveva trentasette anni.

I capelli erano diventati bianchi, la salute era compromessa e i figli le erano stati sottratti.

Il processo iniziò il 14 ottobre 1793.

La regina venne accusata di aver cospirato con le potenze straniere, finanziato i nemici della Francia e favorito il tradimento della monarchia.

Alcune accuse si fondavano su fatti e documenti reali.

Maria Antonietta aveva effettivamente mantenuto contatti segreti con la Corte austriaca e trasmesso informazioni riservate.

Ma durante il processo vennero formulate anche imputazioni infamanti e scarsamente credibili.

La più terribile fu l’accusa di aver avuto rapporti incestuosi con il figlio, il piccolo Luigi Carlo.

Per alcuni istanti la regina rimase in silenzio.

Poi si rivolse alle donne presenti nell’aula e dichiarò che la natura stessa si rifiutava di rispondere a una simile accusa.

Persino una parte del pubblico, fino a quel momento ostile, rimase colpita.

Il verdetto, tuttavia, era quasi inevitabile.

Maria Antonietta venne condannata a morte.

La mattina del 16 ottobre 1793 fu condotta alla ghigliottina su un carro scoperto.

Non era più la regina detestata delle caricature.

Era una donna esausta che attraversava per l’ultima volta le strade di Parigi sotto gli occhi del popolo.

 

Robespierre volle la morte di Maria Antonietta?

Robespierre non diresse personalmente il processo della regina e non era l’unico responsabile della sua condanna.

Maria Antonietta rappresentava per quasi tutte le correnti rivoluzionarie il simbolo del tradimento della Corte e dell’alleanza con le potenze straniere.

La sua esecuzione rispondeva a una decisione politica più ampia.

Tuttavia Robespierre non cercò di impedirla.

Come gli altri membri del governo rivoluzionario, accettava ormai che la morte dei grandi nemici della Repubblica fosse una necessità politica.

L’Incorruttibile non aveva creato da solo il sistema.

Ma ne condivideva la logica.

 

La morte dei Girondini

Dopo la caduta politica dei Girondini, alcuni dei loro principali esponenti vennero rinviati davanti al Tribunale rivoluzionario.

Erano stati protagonisti della nascita della Repubblica.

Molti avevano votato la morte di Luigi XVI.

Ora venivano accusati di aver tradito la Rivoluzione, favorito il federalismo e cospirato contro l’unità nazionale.

Tra gli imputati vi erano Jacques-Pierre Brissot, Pierre Vergniaud, Armand Gensonné e altri importanti deputati.

Il processo si rivelò difficile per l’accusa.

Gli imputati erano politici esperti, abili oratori e capaci di difendersi.

Quando il dibattimento sembrò prolungarsi troppo, la Convenzione autorizzò il tribunale a interrompere il processo qualora i giurati si dichiarassero sufficientemente informati.

Il 30 ottobre 1793 ventuno Girondini vennero condannati a morte.

Il giorno seguente salirono sul patibolo.

Secondo la tradizione, intonarono la Marsigliese mentre la ghigliottina li decapitava uno dopo l’altro.

La Rivoluzione cominciava a divorare gli uomini che l’avevano guidata.

 

La guerra di Vandea

La repressione più sanguinosa non si svolse a Parigi, ma nelle regioni occidentali della Francia.

Nel marzo del 1793, in una vasta area compresa tra la Vandea, l’Angiò, il Poitou e il Pays de Retz, migliaia di contadini si sollevarono contro il governo rivoluzionario.

Le cause della rivolta erano molteplici.

La leva obbligatoria fu il detonatore immediato, ma il malcontento era alimentato anche dalla persecuzione dei sacerdoti refrattari, dalla vendita dei beni ecclesiastici, dalle difficoltà economiche e dall’ostilità verso le autorità cittadine che avevano beneficiato della Rivoluzione.

I ribelli formarono l’Armata cattolica e reale.

Tra i loro comandanti emersero Jacques Cathelineau, Maurice d’Elbée, Charles de Bonchamps, Henri de La Rochejaquelein e François-Athanase de Charette.

Contadini armati di fucili da caccia, falci e attrezzi agricoli riuscirono inizialmente a sconfiggere diversi reparti repubblicani.

La rivolta assunse rapidamente le dimensioni di una guerra civile.

Entrambe le parti commisero atrocità.

Prigionieri vennero fucilati, villaggi incendiati e civili massacrati.

La Convenzione interpretava la Vandea non come una semplice insurrezione locale, ma come una minaccia mortale alla Repubblica.

Se i ribelli fossero riusciti a unirsi agli inglesi o agli eserciti monarchici, l’intera Francia occidentale avrebbe potuto essere perduta.

 

«Distruggete la Vandea»

Nel linguaggio politico dell’epoca, la guerra venne presentata sempre più come uno scontro assoluto.

Non bastava sconfiggere militarmente le armate ribelli.

Bisognava distruggere le basi materiali e sociali dell’insurrezione.

Vennero approvati decreti che ordinavano di incendiare boschi, distruggere raccolti, confiscare bestiame ed evacuare parte della popolazione.

Dopo la sconfitta delle principali forze vandeane, il generale Louis Marie Turreau organizzò le cosiddette colonne infernali.

I reparti repubblicani attraversarono il territorio incendiando villaggi e uccidendo combattenti e civili sospettati di sostenere la ribellione.

A Nantes, il rappresentante in missione Jean-Baptiste Carrier ordinò esecuzioni di massa e annegamenti nella Loira.

Migliaia di persone morirono senza un vero processo.

La Vandea rimane uno dei capitoli più controversi della Rivoluzione francese.

Gli storici discutono ancora sulla natura giuridica e politica della repressione, sul numero complessivo delle vittime e sull’uso del termine genocidio.

Un dato, però, non può essere cancellato:

nel tentativo di salvare la Repubblica, le autorità rivoluzionarie accettarono una violenza che colpì indiscriminatamente anche donne, bambini e anziani.

 

Robespierre e la repressione in Vandea

Attribuire direttamente a Robespierre tutti i massacri commessi in Vandea sarebbe storicamente scorretto.

Gli ordini vennero decisi da diversi organi della Convenzione, applicati da generali e rappresentanti in missione e interpretati in modo spesso autonomo sul territorio.

Robespierre criticò alcuni rappresentanti responsabili di violenze indiscriminate e sospettò che gli eccessi potessero screditare la Repubblica.

Tuttavia apparteneva al Comitato di salute pubblica che dirigeva il governo rivoluzionario e condivideva la necessità di schiacciare l’insurrezione.

Non fu il comandante delle colonne infernali.

Non fu neppure un osservatore estraneo.

La sua responsabilità fu politica: partecipò a un sistema nel quale la salvezza della Repubblica giustificava misure eccezionali e una repressione sempre più difficile da controllare.

 

Lione deve essere distrutta

Anche Lione divenne teatro di una repressione terribile.

La città si era ribellata contro le autorità montagnarde locali e aveva arrestato il radicale Joseph Chalier, poi condannato a morte.

La Convenzione considerò l’insurrezione lionese un atto di tradimento.

Dopo un assedio durato settimane, le forze repubblicane riconquistarono la città nell’ottobre del 1793.

Un decreto stabilì che Lione avrebbe perso il proprio nome e sarebbe stata chiamata Ville-Affranchie, la città liberata.

Le abitazioni dei ricchi e degli oppositori avrebbero dovuto essere demolite, lasciando soltanto le case dei poveri, gli edifici industriali e i monumenti utili all’umanità.

Collot d’Herbois e Joseph Fouché vennero inviati nella città per organizzare la repressione.

Poiché la ghigliottina era considerata troppo lenta, alcuni condannati furono uccisi con scariche di artiglieria e fucilerie collettive.

I corpi cadevano legati gli uni agli altri.

I feriti venivano finiti con sciabole e colpi di moschetto.

Era la dimostrazione di quanto la repressione rivoluzionaria potesse assumere forme differenti nelle province, spesso più brutali di quelle utilizzate a Parigi.

 

Tolone consegnata agli inglesi

Nell’agosto del 1793 anche Tolone si ribellò contro la Convenzione.

I realisti locali consegnarono il porto, l’arsenale e una parte della flotta francese agli inglesi e ai loro alleati.

Fu uno dei momenti più pericolosi per la Repubblica.

Tolone era una delle principali basi navali del Mediterraneo.

Perderla significava permettere alle potenze nemiche di installarsi stabilmente nel territorio francese.

L’esercito rivoluzionario pose la città sotto assedio.

Tra gli ufficiali si trovava un giovane capitano d’artiglieria corso.

Aveva ventiquattro anni.

Il suo nome era Napoleone Bonaparte.

Bonaparte comprese che la chiave della battaglia non era attaccare direttamente le mura della città, ma conquistare le posizioni che controllavano il porto.

Il suo piano contribuì in modo decisivo alla vittoria repubblicana.

Gli inglesi evacuarono Tolone e distrussero parte della flotta prima di ritirarsi.

Dopo la riconquista, centinaia di prigionieri e sospetti realisti vennero fucilati.

Per Napoleone, Tolone rappresentò l’inizio della gloria.

Per molti abitanti della città, rappresentò l’inizio della vendetta rivoluzionaria.

 

Il controllo dell’economia

Il Terrore non fu soltanto una politica di arresti ed esecuzioni.

Fu anche un tentativo di controllare un’economia sconvolta dalla guerra, dall’inflazione e dalla scarsità dei prodotti.

Il 29 settembre 1793 venne approvata la legge del Maximum generale.

Lo Stato fissava limiti ai prezzi di numerosi beni e alle retribuzioni.

Gli accaparratori e i commercianti accusati di nascondere le merci potevano essere arrestati e puniti.

Per i sanculotti era una misura indispensabile.

A cosa servivano la libertà e la Repubblica se il popolo non poteva acquistare il pane?

Ma il controllo dei prezzi provocò anche difficoltà.

Alcuni produttori rifiutavano di vendere a prezzi inferiori ai costi. Le autorità rispondevano con requisizioni, controlli e sanzioni.

La sopravvivenza economica divenne un’altra questione politica.

Chi non consegnava il grano poteva essere considerato non soltanto un commerciante prudente, ma un nemico della Repubblica.

La scristianizzazione

Nell’autunno del 1793 una nuova ondata radicale attraversò la Francia.

In molte città, rappresentanti in missione e militanti locali chiusero chiese, distrussero immagini sacre, requisirono oggetti liturgici e costrinsero sacerdoti a rinunciare pubblicamente al proprio ministero.

A Parigi, la cattedrale di Notre-Dame venne trasformata nel tempio della Ragione.

Il calendario gregoriano fu sostituito dal calendario rivoluzionario.

Le settimane tradizionali vennero sostituite da periodi di dieci giorni. I mesi ricevettero nomi collegati alle stagioni e ai fenomeni naturali.

Non si voleva soltanto cambiare il governo.

Si voleva rifondare il tempo, la religione, i costumi e il modo stesso di pensare.

Robespierre si oppose alla scristianizzazione più radicale.

Non era un difensore della Chiesa cattolica tradizionale, ma riteneva che l’ateismo militante fosse aristocratico, politicamente pericoloso e incomprensibile per gran parte del popolo.

Secondo lui, una Repubblica aveva bisogno della fede nell’esistenza di un Essere supremo e nell’immortalità dell’anima.

Senza una base morale, la libertà avrebbe potuto trasformarsi in egoismo e corruzione.

Questo contrasto avrebbe condotto Robespierre allo scontro con gli Hébertisti, la corrente più radicale e anticlericale della Rivoluzione.

Virtù e Terrore

Robespierre cercò di dare una forma teorica al governo rivoluzionario.

In un discorso pronunciato il 5 febbraio 1794, spiegò che il principio fondamentale di un governo popolare in tempo di pace era la virtù.

Ma durante una rivoluzione, quando la Repubblica era minacciata da nemici interni ed esterni, la virtù doveva essere accompagnata dal terrore.

Per Robespierre, il terrore non avrebbe dovuto essere una violenza cieca.

Doveva essere una giustizia rapida, severa e inflessibile.

Una giustizia eccezionale destinata a difendere il popolo dai suoi oppressori.

Nella sua visione, virtù e terrore non erano opposti.

La virtù indicava lo scopo.

Il terrore forniva lo strumento.

Ma proprio qui si trovava la contraddizione più profonda.

Chi avrebbe stabilito quali uomini fossero virtuosi?

Chi avrebbe riconosciuto i veri nemici della Repubblica?

E cosa sarebbe accaduto quando i rivoluzionari avessero iniziato ad accusarsi reciprocamente di corruzione e tradimento?

 

Il Terrore salvò la Repubblica?

Alla fine del 1793, la situazione militare della Francia iniziò a migliorare.

Gli eserciti rivoluzionari respinsero gli invasori, la rivolta federalista venne sconfitta e le principali armate vandeane subirono pesanti disfatte.

La leva in massa, la riorganizzazione dell’esercito, le requisizioni e l’opera di comandanti capaci contribuirono alla vittoria.

Il governo rivoluzionario attribuì questi risultati alla propria energia e alla repressione dei traditori.

È però difficile dimostrare che tutte le esecuzioni e gli arresti fossero necessari alla salvezza della Francia.

Il Terrore rafforzò certamente la capacità dello Stato di mobilitare risorse e imporre obbedienza.

Ma colpì anche innocenti, alimentò vendette personali e creò una cultura politica nella quale ogni dissenso poteva essere interpretato come tradimento.

La macchina comincia a divorare i rivoluzionari

All’inizio del 1794 i nemici più pericolosi della Repubblica sembravano arretrare.

Ma la fine dell’emergenza non portò alla fine della repressione.

Al contrario, la lotta si spostò all’interno dello stesso movimento rivoluzionario.

A sinistra, gli Hébertisti chiedevano una politica economica ancora più radicale, una repressione più dura e la prosecuzione della scristianizzazione.

Dall’altra parte, Danton, Desmoulins e gli Indulgenti chiedevano di ridurre le esecuzioni, liberare alcuni sospetti e riportare la Rivoluzione verso una maggiore clemenza.

Robespierre diffidava di entrambi.

Gli Hébertisti gli apparivano come estremisti capaci di spingere la Repubblica verso l’anarchia e l’ateismo.

Gli Indulgenti gli sembravano uomini corrotti pronti a fermare la giustizia rivoluzionaria per proteggere se stessi e i propri amici.

Tra questi due gruppi, Robespierre cercò di imporre quella che considerava la linea della virtù.

Ma la virtù rivoluzionaria non ammetteva ormai deviazioni.

Né a sinistra.

Né a destra.

Presto Hébert, Danton e Desmoulins avrebbero percorso la stessa strada verso la ghigliottina.

 

La Repubblica aveva vinto. Il Terrore continuava.

Alla fine del 1793 la Francia non era più la nazione impotente che aveva visto i propri eserciti fuggire davanti agli invasori.

Centinaia di migliaia di cittadini erano stati mobilitati.

Le città ribelli erano state riconquistate.

Le armate straniere erano state fermate.

La Repubblica stava sopravvivendo.

Ma il governo d’eccezione aveva ormai creato una propria logica.

Ogni vittoria rivelava un nuovo traditore.

Ogni fazione eliminata faceva emergere un nuovo sospetto.

Ogni esecuzione sembrava richiederne un’altra per dimostrare che la Rivoluzione non aveva perso la propria energia.

Robespierre aveva contribuito a costruire una Repubblica capace di resistere ai suoi nemici.

Ora avrebbe scoperto che la macchina creata per difenderla non distingueva più chiaramente tra avversari, rivali e antichi amici.

La ghigliottina stava per entrare nel cuore stesso dei Giacobini.

 La Rivoluzione divora i suoi figli

Nella primavera del 1794 i nemici della Repubblica arretravano, ma la ghigliottina continuava a lavorare. Robespierre colpì prima gli estremisti, poi coloro che chiedevano clemenza. Quando Hébert, Danton e Camille Desmoulins furono eliminati, l’Incorruttibile rimase al centro di una Rivoluzione nella quale nessuno si sentiva più al sicuro.

 

Parigi, marzo 1794

La Repubblica stava vincendo.

Gli eserciti francesi avevano respinto gran parte dell’invasione. Le principali rivolte federaliste erano state soffocate. Le armate vandeane avevano subito sconfitte devastanti.

Il governo rivoluzionario aveva mobilitato uomini, armi, raccolti e fabbriche con un’efficienza che pochi avrebbero immaginato soltanto un anno prima.

Ma la diminuzione del pericolo esterno non portò alla fine del Terrore.

La repressione cambiò bersaglio.

I nemici non erano più soltanto aristocratici, sacerdoti refrattari, monarchici o generali sospettati di tradimento.

Ora il pericolo sembrava annidarsi all’interno della Rivoluzione stessa.

A sinistra si muovevano gli Hébertisti, sostenitori di una politica economica radicale, della scristianizzazione e di una pressione popolare continua sulla Convenzione.

Dall’altra parte si raccoglievano gli Indulgenti, vicini a Danton e Camille Desmoulins, che chiedevano di rallentare le esecuzioni e riportare la Francia verso una maggiore normalità.

Robespierre considerava pericolosi entrambi.

Gli uni minacciavano di trascinare la Repubblica nell’anarchia.

Gli altri rischiavano di fermare la giustizia rivoluzionaria proprio quando, secondo lui, i traditori non erano ancora stati eliminati.

L’Incorruttibile voleva una via intermedia.

Ma in una rivoluzione dominata dal sospetto, la via intermedia poteva essere imposta soltanto eliminando chiunque si trovasse ai suoi lati.

 

Jacques Hébert e la voce del popolo radicale

Jacques-René Hébert era uno dei giornalisti più popolari della Parigi rivoluzionaria.

Nel suo giornale, Le Père Duchesne, utilizzava un linguaggio violento, volgare e diretto. Il protagonista immaginario delle sue pagine era un uomo del popolo che insultava aristocratici, moderati, speculatori e traditori.

Hébert parlava ai sanculotti.

Agli artigiani.

Ai lavoratori che trascorrevano ore in fila per acquistare il pane.

A coloro che vedevano nella ricchezza privata e nell’accaparramento una forma di guerra contro la Repubblica.

Attorno a lui si raccolse una corrente radicale legata alla Comune di Parigi, al club dei Cordiglieri e agli ambienti favorevoli alla scristianizzazione.

Gli Hébertisti chiedevano l’applicazione rigorosa del calmiere dei prezzi, una repressione ancora più dura e una nuova mobilitazione popolare contro i nemici della Rivoluzione.

Per Robespierre, però, rappresentavano una minaccia.

Il loro ateismo militante rischiava di alienare milioni di francesi ancora legati alla religione. La loro capacità di mobilitare le sezioni parigine poteva mettere in pericolo la Convenzione e il Comitato di salute pubblica.

Inoltre, alcuni membri del gruppo erano coinvolti in scandali, affari sospetti e lotte di potere.

Robespierre iniziò a presentarli come falsi rivoluzionari.

Uomini apparentemente radicali che, attraverso l’eccesso, avrebbero condotto la Repubblica verso il caos.

 

Un’insurrezione che non avvenne

Nel marzo del 1794, di fronte alla crescente pressione politica, gli Hébertisti tentarono di richiamare il popolo all’azione.

Al club dei Cordiglieri vennero pronunciati discorsi infuocati. Si parlò della necessità di una nuova insurrezione contro gli uomini accusati di indebolire la Rivoluzione.

Ma Parigi non si sollevò.

I sanculotti erano stanchi, disorientati e sempre più controllati dal governo rivoluzionario.

La Comune non si mosse con decisione.

Gli Hébertisti rimasero isolati.

Nella notte tra il 13 e il 14 marzo, Hébert e i suoi principali alleati vennero arrestati.

Tra gli imputati figuravano anche uomini di origine straniera o collegati ad affari finanziari, circostanza che permise all’accusa di presentare l’intero gruppo come parte di una vasta cospirazione internazionale.

Ancora una volta, oppositori politici differenti venivano riuniti in un unico complotto.

La complessità della politica veniva trasformata in una storia semplice:

la Repubblica era pura;

i suoi avversari erano agenti del nemico.

 

Hébert davanti alla ghigliottina

Il processo degli Hébertisti iniziò il 21 marzo 1794.

Gli imputati vennero accusati di aver preparato una nuova insurrezione, tentato di affamare Parigi e partecipato a un complotto finanziato dalle potenze straniere.

Le prove erano fragili e le accuse mescolavano fatti, sospetti e costruzioni politiche.

Il risultato era però già scritto.

Hébert venne condannato a morte insieme ai principali esponenti del gruppo.

Il 24 marzo 1794 fu condotto alla ghigliottina.

Secondo alcune testimonianze apparve terrorizzato, lontano dall’immagine aggressiva costruita sulle pagine del suo giornale.

La folla, che per anni aveva letto le sue invettive contro i nemici della Rivoluzione, assistette ora alla sua esecuzione.

Il radicale che aveva chiesto la morte di tanti traditori moriva come traditore.

Con lui scompariva una delle correnti più vicine ai sanculotti parigini.

Robespierre e il Comitato avevano eliminato la minaccia proveniente dalla sinistra.

Restava quella rappresentata da Danton.

“`

“`

Georges Danton, il gigante della Rivoluzione

Georges Jacques Danton era tutto ciò che Robespierre non era.

Aveva una voce potente, un corpo imponente, un volto segnato e un’energia capace di dominare qualsiasi assemblea.

Amava il buon cibo, il vino, il denaro e la compagnia degli amici.

Non pretendeva di essere moralmente perfetto.

Era pragmatico.

Contraddittorio.

Capace di compromessi.

Nei giorni più drammatici del 1792 aveva contribuito a mobilitare la Francia contro l’invasione prussiana. Era stato ministro della Giustizia, membro della Convenzione e protagonista della creazione del Comitato di salute pubblica.

Quando la Repubblica sembrava sul punto di crollare, Danton aveva invocato audacia.

«Audacia, ancora audacia, sempre audacia».

Ma alla fine del 1793 il suo atteggiamento era cambiato.

La situazione militare migliorava. La repressione, secondo lui, poteva essere ridotta.

Danton chiedeva clemenza.

Per Robespierre, quella clemenza rischiava di diventare impunità.

 

Camille Desmoulins e il Vecchio Cordigliere

Accanto a Danton si trovava Camille Desmoulins.

Era stato uno dei primi uomini a chiamare il popolo di Parigi alle armi nel luglio del 1789.

Giornalista brillante e irrequieto, era legato a Robespierre da un rapporto personale che risaliva agli anni del Collège Louis-le-Grand.

Robespierre era stato testimone di nozze di Camille e Lucile Desmoulins.

Ma nella Rivoluzione i legami privati stavano diventando sempre più fragili.

Nel dicembre del 1793 Desmoulins iniziò a pubblicare Le Vieux Cordelier, il Vecchio Cordigliere.

Nei primi numeri attaccò gli Hébertisti e contribuì a preparare la loro caduta.

Poi rivolse le proprie critiche contro il sistema del Terrore.

Utilizzando esempi tratti dalla storia romana, denunciò il clima di sospetto, gli arresti arbitrari e la paura che impediva ai cittadini di parlare liberamente.

Chiese l’istituzione di un comitato di clemenza che riesaminasse la posizione dei detenuti.

Per un breve momento, Robespierre sembrò disposto a proteggerlo.

Invitò l’antico compagno a bruciare i numeri più pericolosi del giornale.

Desmoulins rispose richiamando una frase di Rousseau:

«Bruciare non è rispondere».

Era una battuta brillante.

Ma in quel momento essere brillanti poteva costare la vita.

 

Le accuse di corruzione

Danton non venne colpito soltanto per le sue richieste di moderazione.

Attorno a lui si muovevano uomini coinvolti in scandali finanziari, speculazioni e affari poco trasparenti.

Lo scandalo della Compagnia delle Indie aveva compromesso diversi deputati.

Documenti erano stati falsificati per favorire interessi privati durante la liquidazione della compagnia.

Alcuni uomini vicini a Danton risultavano implicati.

Anche sullo stesso Danton circolavano da tempo sospetti relativi alla sua ricchezza, alle sue spese e ai rapporti mantenuti con personaggi ambigui.

Non tutte le accuse erano dimostrate.

Ma per Robespierre il problema era anche morale.

Danton incarnava una concezione della politica fondata sul compromesso, sulle relazioni personali e sulla capacità di adattarsi.

Robespierre vedeva in quel pragmatismo il rischio della corruzione.

Un uomo che riconosceva la complessità delle situazioni poteva sembrare meno puro di chi proclamava principi assoluti.

 

Robespierre esitò?

L’eliminazione di Danton non fu una decisione semplice.

L’oratore godeva ancora di grande popolarità. Aveva amici nella Convenzione e conosceva molti segreti della Rivoluzione.

Alcuni membri del Comitato di salute pubblica e del Comitato di sicurezza generale ne chiedevano da tempo l’arresto.

Robespierre esitò.

Aveva lavorato con Danton, ne conosceva il ruolo storico e sapeva che colpirlo avrebbe creato un precedente terribile.

Ma alla fine accettò.

Saint-Just preparò un rapporto nel quale Danton e i suoi alleati venivano descritti come cospiratori corrotti, intenzionati a fermare la Rivoluzione e restaurare indirettamente la monarchia.

Ancora una volta, il dissenso politico veniva trasformato in tradimento.

Nella notte tra il 30 e il 31 marzo 1794, Danton, Desmoulins, Philippeaux, Lacroix e altri uomini del gruppo furono arrestati.

Quando ricevette l’avvertimento che il suo arresto era imminente, Danton rifiutò di fuggire.

Era convinto che nessuno avrebbe osato colpirlo.

Si sbagliava.

 

Il processo impossibile

Il processo contro Danton e i suoi compagni iniziò il 2 aprile 1794.

L’aula si riempì.

Danton trasformò immediatamente il dibattimento in un confronto politico.

La sua voce sovrastava quella dei giudici. Contestava le accuse, chiamava in causa i membri dei comitati e chiedeva di convocare testimoni.

Il pubblico reagiva.

Il processo rischiava di sfuggire al controllo dell’accusa.

Fouquier-Tinville scrisse alla Convenzione chiedendo istruzioni.

Saint-Just presentò allora un decreto che permetteva di escludere dal dibattimento gli imputati accusati di oltraggiare la giustizia o turbare l’ordine.

Danton e gli altri vennero privati della possibilità di proseguire efficacemente la propria difesa.

Il verdetto divenne inevitabile.

Gli uomini che avevano contribuito a costruire il Tribunale rivoluzionario venivano ora condannati attraverso procedure che rendevano quasi impossibile difendersi.

 

La morte di Camille Desmoulins

La mattina del 5 aprile 1794, i condannati vennero condotti verso la Place de la Révolution.

Camille Desmoulins era disperato.

Pensava alla moglie Lucile e al figlio Horace.

Durante il tragitto cercò di parlare alla folla. Si agitò con tale forza che la camicia gli si strappò e le spalle rimasero scoperte.

Danton, invece, conservò un’apparente fermezza.

Quando il corteo passò vicino alla casa in cui viveva Robespierre, rivolse parole di sfida verso le finestre chiuse.

Secondo una tradizione celebre, avrebbe annunciato che Robespierre lo avrebbe seguito presto.

Sul patibolo, Danton disse al boia di mostrare la sua testa al popolo perché ne valeva la pena.

Poi la lama cadde.

Con Danton moriva uno degli uomini più potenti della Rivoluzione.

Con Desmoulins moriva uno dei suoi giornalisti più brillanti.

E Robespierre perdeva due uomini che, pur criticandolo, appartenevano alla sua stessa storia.

 

Robespierre ordinò personalmente la morte di Danton?

Robespierre non agì da solo.

L’arresto e il processo furono sostenuti da diversi membri del Comitato di salute pubblica e del Comitato di sicurezza generale.

Billaud-Varenne, Collot d’Herbois, Saint-Just e altri dirigenti consideravano Danton un pericolo politico.

Ma Robespierre ebbe una responsabilità decisiva.

Avrebbe potuto opporsi all’arresto.

Avrebbe potuto difendere Desmoulins.

Avrebbe potuto denunciare la debolezza delle accuse.

Non lo fece.

Scelse di appoggiare la costruzione politica che trasformava gli Indulgenti in una fazione controrivoluzionaria.

La sua responsabilità non consistette nell’essere l’unico autore dell’eliminazione, ma nell’aver fornito il proprio prestigio e la propria autorità morale a un processo profondamente politico.

 

Dopo Hébert e Danton

Nel giro di poche settimane, il governo rivoluzionario aveva eliminato le due principali opposizioni.

Gli Hébertisti non potevano più mobilitare i sanculotti contro il Comitato.

Gli Indulgenti non potevano più chiedere la fine del Terrore.

Robespierre sembrava aver vinto.

In realtà si era indebolito.

Fino a quel momento ogni dirigente della Convenzione poteva pensare di essere protetto dall’appartenenza alla Rivoluzione.

Dopo la morte di Danton, nessuno poteva più esserne certo.

Se un uomo tanto celebre, popolare e importante poteva essere arrestato di notte e condannato senza una vera difesa, chiunque poteva essere il prossimo.

I deputati iniziarono a guardarsi con sospetto.

I membri dei comitati temevano le accuse reciproche.

Gli antichi alleati di Robespierre cominciavano a domandarsi quali nomi fossero presenti nelle liste che l’Incorruttibile sembrava preparare.

 

Il culto dell’Essere Supremo

Robespierre riteneva che la Repubblica non potesse sopravvivere soltanto attraverso le leggi e la repressione.

Aveva bisogno di una morale comune.

L’ateismo promosso da alcuni Hébertisti gli appariva pericoloso. Secondo lui, la fede in una giustizia superiore e nell’immortalità dell’anima poteva spingere i cittadini alla virtù.

Il 7 maggio 1794 presentò alla Convenzione un rapporto sui principi morali e religiosi della Repubblica.

La Convenzione riconobbe l’esistenza dell’Essere Supremo e l’immortalità dell’anima.

Non si trattava di restaurare il cattolicesimo.

Era una religione civile, ispirata alle idee di Rousseau, destinata a unire il popolo attorno alla virtù repubblicana.

L’8 giugno 1794, Parigi celebrò la grande Festa dell’Essere Supremo.

Il pittore Jacques-Louis David ne progettò la scenografia.

Nel giardino delle Tuileries vennero erette strutture allegoriche. Un corteo attraversò la città fino al Campo di Marte.

Robespierre, in qualità di presidente della Convenzione, avanzava davanti ai deputati con un abito azzurro e un mazzo di fiori e spighe.

Durante la cerimonia incendiò una statua rappresentante l’ateismo, dalla quale emerse una figura dedicata alla saggezza.

Per i suoi sostenitori era il momento più alto della rigenerazione repubblicana.

Per molti deputati fu uno spettacolo inquietante.

Robespierre sembrava non soltanto un uomo politico, ma il sacerdote di una nuova religione.

Alcuni iniziarono ad accusarlo, almeno privatamente, di aspirare a un potere personale.

 

La vittoria di Fleurus

Mentre la repressione si intensificava a Parigi, gli eserciti francesi ottenevano risultati sempre più importanti.

Il 26 giugno 1794, presso Fleurus, l’armata francese sconfisse le forze della coalizione.

La vittoria aprì la strada all’occupazione dei Paesi Bassi austriaci e ridusse sensibilmente il rischio di un’invasione della Francia.

Il governo rivoluzionario aveva raggiunto uno dei suoi obiettivi principali.

La Repubblica non era più sull’orlo della distruzione.

Ma proprio mentre l’emergenza militare diminuiva, il numero delle esecuzioni a Parigi aumentava.

La contraddizione diventava sempre più evidente.

 

La Legge del 22 pratile

Il 10 giugno 1794, corrispondente al 22 pratile dell’anno II secondo il calendario rivoluzionario, la Convenzione approvò una delle leggi più controverse dell’intero Terrore.

Il provvedimento venne presentato da Georges Couthon e sostenuto da Robespierre.

La legge riorganizzava il Tribunale rivoluzionario e semplificava drasticamente i processi.

La categoria dei nemici del popolo veniva definita in modo estremamente ampio.

Poteva comprendere chi avesse tentato di degradare la Convenzione, diffondere false notizie, corrompere i rappresentanti, favorire i nemici della Francia o scoraggiare il popolo.

La prova materiale non era sempre indispensabile.

La coscienza dei giurati poteva essere sufficiente.

Gli imputati non avevano più diritto alla normale assistenza di un difensore.

Le sentenze possibili erano soltanto due:

l’assoluzione;

oppure la morte.

Non esistevano pene intermedie.

La giustizia rivoluzionaria non doveva più indagare con pazienza.

Doveva riconoscere rapidamente il nemico ed eliminarlo.

“`

“`

Robespierre fu l’autore della Legge del 22 pratile?

La legge venne presentata formalmente da Couthon, ma Robespierre ne sostenne con forza l’approvazione.

È quindi corretto attribuirgli una responsabilità politica diretta.

Tuttavia l’applicazione concreta del provvedimento dipendeva dal Tribunale rivoluzionario, dall’accusatore pubblico Fouquier-Tinville, dai comitati e dalla Convenzione.

Robespierre non compilava personalmente tutti gli atti di accusa e non sceglieva individualmente ogni condannato.

Ma contribuì a creare il quadro legislativo che rese possibili processi accelerati, difese limitate ed esecuzioni di massa.

“`

“`

Il Grande Terrore

Dopo l’approvazione della Legge del 22 pratile, il ritmo delle condanne aumentò rapidamente.

I prigionieri venivano condotti davanti al tribunale in gruppi sempre più numerosi.

Le accuse tendevano a diventare collettive.

Persone che non si conoscevano e che erano state arrestate per ragioni differenti potevano essere presentate come partecipanti allo stesso complotto.

Nobili, sacerdoti, ex funzionari, commercianti, domestici, contadini e rivoluzionari caduti in disgrazia finirono sul patibolo.

La ghigliottina venne trasferita dalla Place de la Révolution alla Place du Trône-Renversé, nell’attuale Place de la Nation.

I carri attraversavano quotidianamente le strade orientali di Parigi.

Il sangue defluiva in quantità tale da rendere necessario predisporre sistemi di raccolta e smaltimento.

I corpi venivano sepolti in fosse comuni nel vicino cimitero di Picpus.

In poche settimane, il Terrore raggiunse la sua fase più intensa nella capitale.

 

La presunta cospirazione delle prigioni

Con le carceri sovraffollate, si diffuse il timore che i detenuti potessero organizzare rivolte o evasioni.

Le autorità rivoluzionarie iniziarono a denunciare complotti interni alle prigioni.

In diversi casi, gruppi numerosi di detenuti vennero accusati di aver progettato insurrezioni, liberato prigionieri o preparato attentati contro la Repubblica.

Molte di queste accuse erano basate su testimonianze dubbie, informazioni fornite da delatori o ricostruzioni costruite per svuotare rapidamente le carceri.

I processi collettivi portarono alla condanna di centinaia di persone.

La logica era ormai circolare.

Le prigioni erano piene perché il governo arrestava i sospetti.

Poiché le prigioni erano piene, i detenuti venivano considerati una minaccia.

E poiché erano considerati una minaccia, venivano inviati alla ghigliottina.

Robespierre si allontana dal governo

Nelle settimane successive alla Festa dell’Essere Supremo, Robespierre partecipò sempre meno regolarmente alle riunioni del Comitato di salute pubblica.

Le ragioni del suo allontanamento restano discusse.

Era stanco, malato e politicamente isolato.

Era in conflitto con membri del Comitato di sicurezza generale, che controllava gran parte dell’attività di polizia e degli arresti.

Diffidava di Fouché, Tallien, Carrier e di altri rappresentanti in missione coinvolti nelle repressioni più violente.

Considerava alcuni rivoluzionari corrotti, altri eccessivamente sanguinari, altri ancora troppo indulgenti.

Ma non indicava sempre con chiarezza chi intendesse colpire.

Questa ambiguità divenne pericolosa.

Ogni deputato poteva sospettare di essere incluso tra i prossimi nemici della Repubblica.

Ogni membro dei comitati temeva che Robespierre stesse preparando una nuova epurazione.

L’Incorruttibile continuava a possedere un’enorme autorità presso i Giacobini e la Comune di Parigi.

Ma negli organi centrali del governo il suo potere era meno solido di quanto apparisse.

Il mito del dittatore onnipotente

Nei mesi successivi alla sua morte, Robespierre sarebbe stato rappresentato come un dittatore assoluto che controllava tribunali, polizia, esercito e Convenzione.

Questa immagine consentì a molti sopravvissuti di attribuire a un solo uomo le responsabilità del Terrore.

La realtà era diversa.

Robespierre era potentissimo, ma non onnipotente.

Non comandava direttamente gli eserciti.

Non controllava da solo il Comitato di sicurezza generale.

Non decideva individualmente tutte le sentenze del Tribunale rivoluzionario.

Non poteva imporre ogni scelta al Comitato di salute pubblica.

Il suo potere derivava dalla reputazione di incorruttibilità, dall’influenza sui Giacobini, dalla capacità oratoria e dall’alleanza con Saint-Just e Couthon.

Ma proprio quella reputazione lo rendeva temibile.

Quando Robespierre accusava qualcuno di immoralità o tradimento, l’accusa poteva trasformarsi in una condanna politica.

Non era necessario che fosse un dittatore formale.

Bastava che gli altri credessero che potesse distruggerli.

I nemici si riconoscono

Tra coloro che temevano Robespierre vi erano uomini con storie e interessi molto differenti.

Joseph Fouché era stato responsabile della repressione a Lione e sapeva di essere sospettato dall’Incorruttibile.

Jean-Lambert Tallien temeva che la sua condotta a Bordeaux e il legame con Thérésa Cabarrus potessero essere utilizzati contro di lui.

Billaud-Varenne e Collot d’Herbois erano stati tra i sostenitori più duri del governo rivoluzionario, ma ora entravano in conflitto con Robespierre.

I membri del Comitato di sicurezza generale non volevano perdere il controllo della polizia politica.

I deputati della Pianura, che per mesi avevano sostenuto la Montagna, temevano una nuova ondata di arresti.

Nessuno di questi uomini si fidava pienamente degli altri.

Ma tutti condividevano una paura:

essere indicati da Robespierre come i prossimi nemici della Repubblica.

La coalizione che avrebbe abbattuto l’Incorruttibile non nacque da un progetto ideale.

Nacque dall’istinto di sopravvivenza.

Il silenzio prima della caduta

Per diverse settimane Robespierre si tenne lontano dalla Convenzione.

Continuava a frequentare il club dei Giacobini, dove riceveva applausi e denunciava le fazioni, la corruzione e gli uomini che avevano tradito la virtù repubblicana.

Ma non faceva i nomi di tutti coloro che accusava.

Questa scelta, forse destinata a conservare margini di manovra, produsse l’effetto opposto.

Chiunque poteva sentirsi minacciato.

Intanto le esecuzioni continuavano.

Ogni giorno nuovi carri raggiungevano la ghigliottina.

L’opinione pubblica era stanca.

I sanculotti erano indeboliti dall’eliminazione degli Hébertisti e dalle restrizioni salariali.

La vittoria militare rendeva meno convincente la necessità di un’emergenza permanente.

Robespierre sembrava ancora potente.

Ma non aveva più una base politica sicura.

Aveva eliminato gli estremisti che potevano mobilitare la piazza.

Aveva eliminato Danton, che avrebbe potuto mediare con la Convenzione.

Aveva spaventato i membri dei comitati.

Aveva trasformato i propri avversari in uomini convinti di non avere altra scelta che distruggerlo.

L’uomo solo al centro della Rivoluzione

Nel luglio del 1794, Robespierre era arrivato al punto più alto della propria parabola politica.

La monarchia era stata abbattuta.

La Repubblica era sopravvissuta.

Gli invasori venivano respinti.

Gli Hébertisti erano morti.

Danton e Desmoulins erano morti.

I Girondini erano morti o dispersi.

Nessuna grande figura rivoluzionaria sembrava più capace di contrastare apertamente l’Incorruttibile.

Ma la sua vittoria conteneva già la sconfitta.

Robespierre aveva contribuito a costruire un sistema nel quale l’accusa di tradimento equivaleva quasi a una sentenza.

Ora tutti coloro che temevano di essere accusati si preparavano a colpire per primi.

L’Incorruttibile credeva ancora di poter purificare la Repubblica.

Non comprendeva che, nei corridoi della Convenzione, i suoi nemici avevano già iniziato a contarsi.

La Rivoluzione aveva divorato i propri figli. Ora si preparava a divorare il suo giudice.

 

 Termidoro: la caduta dell’Incorruttibile

Nel luglio del 1794 Robespierre sembrava ancora il volto più potente della Rivoluzione. In realtà era isolato, temuto e circondato da uomini convinti di doverlo abbattere prima di essere accusati. In meno di quarantotto ore passò dalla tribuna della Convenzione al patibolo.

 

Parigi, 26 luglio 1794

Era l’8 termidoro dell’anno II.

Da settimane Robespierre frequentava poco la Convenzione e partecipava in modo irregolare alle riunioni del Comitato di salute pubblica.

Il suo silenzio inquietava più dei suoi discorsi.

I deputati sapevano che l’Incorruttibile denunciava la corruzione, gli eccessi compiuti nelle province e la presenza di uomini indegni all’interno del governo rivoluzionario.

Ma non sapevano con certezza quali nomi intendesse colpire.

Fouché?

Tallien?

Billaud-Varenne?

Collot d’Herbois?

I membri del Comitato di sicurezza generale?

Oppure un gruppo ancora più ampio di deputati?

Nella Francia del Grande Terrore, non conoscere i nomi degli accusati era quasi peggio che conoscerli.

Ognuno poteva pensare di essere il prossimo.

Il discorso dell’8 termidoro

Il 26 luglio Robespierre tornò alla tribuna della Convenzione.

Pronunciò un lungo discorso nel quale difese la propria condotta e denunciò l’esistenza di una cospirazione contro la Repubblica.

Attaccò i corrotti, i falsi patrioti, gli uomini che avevano trasformato il Terrore in uno strumento di vendetta personale e coloro che cercavano di attribuirgli tutte le colpe del governo rivoluzionario.

Si presentò come un uomo isolato, vittima delle calunnie e deciso a salvare ancora una volta la Rivoluzione dai suoi nemici.

Il tono era solenne.

Le accuse erano gravissime.

Ma Robespierre commise un errore fatale:

non indicò chiaramente tutti i colpevoli.

In quel momento molti deputati compresero che il discorso poteva trasformarsi nell’introduzione a una nuova epurazione.

La Convenzione, inizialmente, votò la stampa del testo.

Poi l’atmosfera cambiò.

Alcuni deputati chiesero che il discorso fosse esaminato dai comitati.

La decisione di stamparlo venne revocata.

Era un segnale.

Per la prima volta, l’assemblea non si limitava ad ascoltare Robespierre.

Cominciava a resistergli.

La notte ai Giacobini

Quella sera Robespierre raggiunse il club dei Giacobini.

Qui il suo discorso venne accolto con entusiasmo.

L’Incorruttibile lesse nuovamente le proprie accuse e denunciò gli uomini che stavano cercando di distruggerlo.

Saint-Just, Couthon e i suoi sostenitori erano con lui.

Al club, Robespierre sembrava ancora forte.

Alcuni dei suoi avversari vennero espulsi o contestati.

Billaud-Varenne tentò di intervenire, ma fu accolto da urla e minacce.

Per qualche ora sembrò possibile una nuova mobilitazione popolare in difesa dell’Incorruttibile.

Ma il club dei Giacobini non era più quello degli anni precedenti.

Gli Hébertisti erano stati eliminati.

I sanculotti erano disorganizzati.

Le sezioni parigine non avevano più la stessa capacità di iniziativa.

Robespierre possedeva ancora degli ammiratori.

Non possedeva più una forza politica capace di imporsi rapidamente alla Convenzione.

La congiura della paura

Durante la notte, gli avversari di Robespierre si mossero.

Non formavano un gruppo omogeneo.

Alcuni erano stati protagonisti delle repressioni più feroci.

Altri temevano la concentrazione del potere.

Altri ancora volevano semplicemente sopravvivere.

Tallien, Fouché, Barras, Fréron, Billaud-Varenne, Collot d’Herbois e diversi membri dei comitati avevano interessi differenti.

Ma condividevano la stessa convinzione:

se non avessero colpito Robespierre, Robespierre avrebbe potuto colpire loro.

La coalizione termidoriana nacque così.

Non da un comune progetto per restituire libertà alla Francia.

Non da un improvviso rifiuto morale della ghigliottina.

Nacque dalla paura.

Molti degli uomini che stavano per abbattere l’Incorruttibile avevano partecipato direttamente al Terrore.

La caduta di Robespierre avrebbe permesso loro di presentarsi come salvatori della Repubblica e, allo stesso tempo, di nascondere le proprie responsabilità.

Il 9 termidoro

La mattina del 27 luglio 1794, 9 termidoro, la Convenzione si riunì in un clima di estrema tensione.

Saint-Just salì alla tribuna.

Aveva preparato un discorso nel quale intendeva difendere Robespierre e proporre una soluzione alla crisi.

Non riuscì quasi a iniziare.

Tallien e Billaud-Varenne lo interruppero.

L’assemblea esplose.

Le accuse si susseguirono.

Robespierre venne dipinto come un aspirante dittatore.

Gli avversari lo accusarono di voler eliminare la Convenzione e instaurare un potere personale sostenuto dalla Comune di Parigi.

L’Incorruttibile cercò di parlare.

Le urla lo coprirono.

Per anni la sua voce aveva dominato il club dei Giacobini.

Ora, nella sala della Convenzione, non riusciva più a farsi ascoltare.

«È il sangue di Danton che ti soffoca»

Robespierre tentò ripetutamente di intervenire.

La tensione gli spezzò la voce.

Dalla sala si levò una frase destinata a diventare leggendaria:

«È il sangue di Danton che ti soffoca».

Non è certo quale deputato la pronunciò, né se venne riportata esattamente.

Ma la frase riassumeva la situazione.

Robespierre aveva contribuito all’eliminazione di Danton e degli Indulgenti.

Ora non esisteva più nessuna grande figura capace di mediare tra lui e i suoi nemici.

L’uomo che aveva approvato la repressione delle fazioni scopriva di essere diventato, a sua volta, il capo di una fazione.

L’arresto

La Convenzione votò l’arresto di Robespierre.

Con lui vennero arrestati il fratello minore Augustin, Saint-Just, Couthon e Philippe-François-Joseph Le Bas.

Il voto fu rapido.

Nessun lungo processo politico.

Nessuna possibilità di organizzare una difesa.

Le stesse procedure d’eccezione che avevano colpito tanti uomini si rivolgevano ora contro i loro artefici.

Robespierre venne condotto fuori dalla sala.

Ma la giornata era tutt’altro che conclusa.

La Comune di Parigi rimaneva favorevole all’Incorruttibile.

Il sindaco Jean-Baptiste Fleuriot-Lescot e l’agente nazionale Claude-François de Payan chiamarono le sezioni alla mobilitazione.

Le prigioni ricevettero gli arrestati.

In diversi casi, però, i funzionari rifiutarono di accoglierli.

Robespierre e i suoi compagni finirono progressivamente all’Hôtel de Ville, sede della Comune.

La crisi parlamentare stava trasformandosi in un possibile scontro armato.

 

La Comune chiama Parigi

Le campane suonarono.

I messaggeri corsero nelle sezioni.

La Comune dichiarò illegali gli arresti e invitò la Guardia nazionale a difendere Robespierre.

Alcuni reparti raggiunsero la piazza dell’Hôtel de Ville.

Per alcune ore, il destino della Rivoluzione rimase sospeso.

Se le sezioni popolari si fossero mosse in massa, la Convenzione avrebbe potuto essere circondata.

Se Robespierre avesse assunto il comando dell’insurrezione, avrebbe potuto tentare di rovesciare i propri avversari.

Ma l’Incorruttibile esitò.

Era disposto a guidare una rivolta contro la rappresentanza nazionale?

Poteva presentarsi come difensore della legge e, nello stesso tempo, ordinare un’insurrezione armata contro la Convenzione?

Il suo legalismo divenne paralisi.

Le ore trascorrevano.

Gli ordini erano incerti.

I comandanti esitavano.

La piazza cominciò lentamente a svuotarsi.

Perché Robespierre non guidò l’insurrezione?

Non esiste una risposta definitiva.

Robespierre poteva essere fisicamente e mentalmente esausto.

Poteva non fidarsi completamente della Comune.

Poteva sperare ancora in un ritorno alla legalità.

Oppure poteva essere incapace di compiere il passo decisivo: trasformarsi apertamente nel dittatore che i suoi avversari dicevano che fosse.

Per anni aveva sostenuto di rappresentare la volontà generale e la legittimità rivoluzionaria.

Guidare un colpo di forza contro la Convenzione avrebbe distrutto quell’immagine.

Il moralista che aveva sempre giudicato gli altri attraverso principi assoluti non riuscì a scegliere l’azione illegale che forse avrebbe potuto salvarlo.

La Convenzione reagisce

Mentre l’Hôtel de Ville esitava, la Convenzione agì.

Robespierre e i suoi sostenitori vennero dichiarati fuori legge.

Questa decisione era decisiva.

Un individuo dichiarato fuori legge non aveva diritto a un normale processo.

Bastava identificarlo per inviarlo alla ghigliottina.

Paul Barras ricevette il comando delle forze fedeli all’assemblea.

I rappresentanti della Convenzione visitarono le sezioni, ricordando ai soldati che difendere Robespierre significava ribellarsi contro la rappresentanza nazionale.

La strategia funzionò.

Molti reparti abbandonarono la Comune.

La pioggia, la stanchezza e la mancanza di ordini chiari contribuirono alla dispersione.

Poco prima dell’alba, l’Hôtel de Ville era quasi indifeso.

L’irruzione all’Hôtel de Ville

Nella notte tra il 27 e il 28 luglio, le truppe della Convenzione entrarono nell’Hôtel de Ville.

Non incontrarono una vera resistenza.

Nelle sale si consumarono scene confuse.

Le Bas si sparò alla testa e morì.

Augustin Robespierre tentò di fuggire da una finestra o si gettò deliberatamente, riportando gravi ferite.

Couthon, paralizzato alle gambe, venne trovato ferito ai piedi di una scala.

Saint-Just rimase quasi immobile, senza tentare una fuga significativa.

Maximilien Robespierre fu trovato con la mascella fracassata da un colpo di pistola.

Il sangue gli riempiva la bocca.

Non poteva parlare.

Chi sparò a Robespierre?

Il colpo che distrusse la mascella di Robespierre rimane uno degli episodi più discussi della Rivoluzione francese.

Secondo una versione, tentò il suicidio.

Avrebbe rivolto la pistola contro di sé, ma il proiettile avrebbe mancato il cervello e colpito la mandibola.

Secondo un’altra versione, fu ferito dal gendarme Charles-André Merda, che in seguito sostenne di avergli sparato durante l’irruzione.

Le testimonianze sono contraddittorie.

Non è possibile stabilire con assoluta certezza quale versione sia corretta.

Il dettaglio, però, possiede una forza simbolica straordinaria.

Robespierre aveva costruito il proprio potere attraverso la parola.

Aveva accusato, ammonito, giustificato e condannato dalla tribuna.

Nelle ultime ore della sua vita, l’uomo della parola non poteva più parlare.

La notte nella sala del Comitato

Robespierre venne trasportato nella sede del Comitato di salute pubblica.

Fu adagiato su un tavolo.

Il volto era coperto di sangue.

Un medico gli sistemò provvisoriamente la mascella e gli avvolse la testa con una fasciatura.

Intorno a lui passavano funzionari, soldati e curiosi.

Alcuni lo insultavano.

Altri osservavano in silenzio l’uomo che soltanto il giorno prima sembrava capace di decidere il destino di chiunque.

Robespierre non venne sottoposto a un vero processo.

Essendo stato dichiarato fuori legge, il Tribunale rivoluzionario doveva soltanto verificarne l’identità.

La macchina giudiziaria d’eccezione aveva raggiunto il proprio creatore.

Il 10 termidoro

Il 28 luglio 1794, 10 termidoro, Robespierre e ventuno suoi sostenitori vennero condannati all’esecuzione.

Tra loro vi erano Saint-Just, Couthon, Augustin Robespierre, il sindaco Fleuriot-Lescot e diversi membri della Comune.

Nel pomeriggio, le carrette lasciarono la Conciergerie.

Il corteo attraversò Parigi.

Le strade erano affollate.

La popolazione, che per mesi aveva assistito alle esecuzioni dei nemici della Repubblica, vedeva ora passare gli uomini identificati con il governo del Terrore.

Gli insulti erano numerosi.

Alcuni spettatori gridavano di gioia.

Altri osservavano con la stessa curiosità con cui avevano guardato Luigi XVI, Maria Antonietta, Hébert e Danton.

La Rivoluzione cambiava i condannati.

Il rituale restava identico.

La casa Duplay

Durante il tragitto, la carretta passò davanti alla casa della famiglia Duplay, presso la quale Robespierre aveva abitato per anni.

Una folla ostile si raccolse davanti all’edificio.

Le finestre erano chiuse.

Per molto tempo quella casa era stata il rifugio dell’Incorruttibile.

Qui aveva lavorato, cenato, ricevuto amici e discusso il futuro della Repubblica.

Ora vi passava davanti come un condannato.

La scena aveva qualcosa di tragicamente teatrale.

Il politico che aveva sacrificato relazioni, amicizie e affetti alla virtù rivoluzionaria non aveva più alcun luogo in cui tornare.

La ghigliottina

Il patibolo era stato nuovamente collocato nella Place de la Révolution, l’attuale Place de la Concorde.

Le esecuzioni iniziarono.

Robespierre attese mentre i suoi compagni venivano decapitati.

Saint-Just, ventisei anni, affrontò la morte con la consueta freddezza.

Couthon venne sollevato e trasportato sulla piattaforma a causa della sua disabilità.

Augustin Robespierre, gravemente ferito, fu condotto al patibolo.

Maximilien venne giustiziato tra gli ultimi.

Quando il carnefice gli tolse la fasciatura che teneva insieme la mascella, Robespierre emise un grido di dolore.

Poi venne immobilizzato sulla tavola.

La lama cadde.

Erano trascorse meno di quarantotto ore dal discorso con il quale aveva cercato di purificare ancora una volta la Repubblica.

Aveva trentasei anni.

La fine del Terrore?

La morte di Robespierre non pose fine immediatamente a tutte le esecuzioni e a tutte le misure d’eccezione.

Ma segnò una svolta decisiva.

Nei mesi successivi, il Tribunale rivoluzionario venne progressivamente limitato.

I prigionieri furono liberati.

Il club dei Giacobini venne chiuso.

Il potere dei comitati diminuì.

Gli uomini che avevano rovesciato Robespierre presentarono il 9 termidoro come la liberazione della Francia da un tiranno.

Nacque così la leggenda del dittatore sanguinario, unico responsabile del Terrore.

Era una narrazione politicamente utile.

Permetteva a molti ex terroristi di trasformarsi in avversari della tirannia.

Fouché, Barras, Tallien, Fréron e altri uomini coinvolti nelle repressioni potevano attribuire le proprie azioni a un sistema dominato dall’Incorruttibile.

Robespierre, morto e impossibilitato a difendersi, divenne il colpevole perfetto.

Fu davvero un dittatore?

Robespierre non fu un dittatore nel senso pieno e moderno del termine.

Non governò da solo.

Non controllò completamente la Convenzione, i comitati, la polizia, l’esercito e il Tribunale rivoluzionario.

Il fatto stesso che venisse rovesciato in poche ore dimostra quanto il suo potere fosse fragile e dipendente dagli equilibri politici.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato trasformarlo in una vittima innocente.

Robespierre sostenne il governo rivoluzionario.

Giustificò il rapporto tra virtù e terrore.

Appoggiò l’eliminazione politica di Hébert, Danton e Desmoulins.

Difese la Legge del 22 pratile.

Accettò l’idea che la salvezza della Repubblica potesse richiedere la sospensione delle normali garanzie giudiziarie.

Non fu l’unico responsabile.

Fu però uno dei principali responsabili politici e morali.

Robespierre voleva fermare gli eccessi?

Negli ultimi mesi, Robespierre attaccò alcuni rappresentanti in missione responsabili di massacri, arricchimenti e politiche di scristianizzazione.

Criticò Carrier, Fouché e altri uomini compromessi con le repressioni provinciali.

È quindi possibile che intendesse colpire alcuni degli esecutori più brutali del Terrore.

Ma ciò non significa che volesse porre fine al governo d’eccezione.

Robespierre distingueva tra un terrore che considerava giusto, regolato e rivolto contro i veri nemici della Repubblica, e una violenza corrotta, arbitraria o utilizzata per interessi personali.

Il problema era che nessun sistema fondato su categorie così ampie di sospetto poteva mantenere stabilmente questa distinzione.

Una volta accettato che la convinzione morale dei giudici potesse sostituire le prove, persino il Terrore “virtuoso” poteva trasformarsi in arbitrio.

La reazione termidoriana

Dopo Termidoro, la Francia cambiò rapidamente.

I sanculotti persero gran parte della propria influenza.

Il controllo dei prezzi venne progressivamente abbandonato.

L’inflazione e la scarsità tornarono a colpire duramente i ceti popolari.

Nelle città, gruppi giovanili ostili ai Giacobini aggredirono gli antichi militanti rivoluzionari.

In diverse regioni si sviluppò il cosiddetto Terrore bianco, una violenza di segno opposto diretta contro ex giacobini, repubblicani radicali e sostenitori del governo rivoluzionario.

La caduta di Robespierre non restituì immediatamente pace e giustizia.

Sostituì una fase della Rivoluzione con un’altra.

Gli uomini che avevano denunciato il Terrore non rinunciarono necessariamente alla violenza.

Cambiarono i bersagli.

Dal Direttorio a Napoleone

Nel 1795 nacque il Direttorio, un regime repubblicano fondato su un esecutivo di cinque direttori e su un sistema elettorale ristretto.

Doveva impedire sia il ritorno della monarchia sia una nuova dittatura giacobina.

In realtà fu segnato da instabilità, corruzione, colpi di Stato e dipendenza crescente dall’esercito.

La Rivoluzione aveva distrutto la monarchia assoluta.

Aveva proclamato i diritti dell’uomo.

Aveva mobilitato il popolo e trasformato la società.

Ma non era riuscita a costruire un ordine politico stabile.

In questa instabilità emerse un giovane generale che aveva conquistato la propria prima grande occasione durante l’assedio di Tolone.

Napoleone Bonaparte avrebbe represso un’insurrezione monarchica a Parigi, guidato l’Armata d’Italia e infine rovesciato il Direttorio con il colpo di Stato del 18 brumaio.

La ricerca di ordine dopo gli eccessi rivoluzionari avrebbe aperto la strada a un nuovo potere personale.

Il giudizio della storia

Pochi personaggi della Rivoluzione francese hanno generato giudizi tanto opposti quanto Robespierre.

Per alcuni fu un mostro, un fanatico che sacrificò migliaia di vite alla propria idea astratta di virtù.

Per altri fu un democratico coerente, difensore dei poveri e della sovranità popolare, trasformato in capro espiatorio dai veri responsabili degli eccessi.

Entrambe le immagini contengono una parte di verità.

Ed entrambe diventano fuorvianti quando pretendono di spiegare tutto.

Robespierre non fu sempre lo stesso uomo.

Il giovane avvocato contrario alla pena di morte non coincide completamente con il membro del Comitato di salute pubblica.

Il difensore degli esclusi non coincide completamente con il politico che accettò processi abbreviati.

L’uomo che denunciava i massacri arbitrari non coincide completamente con il teorico del terrore come giustizia rivoluzionaria.

Eppure erano tutti lo stesso Robespierre.

Questa contraddizione costituisce il cuore della sua tragedia.

L’illusione della purezza politica

Robespierre credeva che una Repubblica potesse essere fondata sulla virtù.

Credeva che il bene comune potesse prevalere sugli interessi personali.

Credeva che la politica potesse rigenerare la società.

Ma trasformò progressivamente la virtù in un criterio per distinguere i cittadini puri dai nemici.

Quando una lotta politica viene interpretata come uno scontro tra il bene assoluto e il male assoluto, il compromesso diventa tradimento.

L’avversario non deve più essere convinto.

Deve essere smascherato.

Non deve più essere sconfitto nelle assemblee.

Deve essere eliminato dalla comunità.

Robespierre non inventò da solo questa logica.

Ma la portò alle sue conseguenze più drammatiche.

Conclusione – L’uomo che volle salvare la Rivoluzione

Maximilien Robespierre entrò nella Rivoluzione come difensore dei diritti, dell’uguaglianza e della sovranità popolare.

Si oppose alla guerra quando molti la consideravano inevitabile.

Difese gli esclusi quando la nuova società rivoluzionaria voleva ancora limitare la cittadinanza ai proprietari.

Denunciò la corruzione e mantenne uno stile di vita relativamente austero.

Ma quando la Repubblica venne minacciata, accettò l’idea che la libertà dovesse essere sospesa per essere salvata.

Da quel momento ogni misura eccezionale ne richiese un’altra.

Ogni nemico eliminato ne rivelò uno nuovo.

Ogni appello alla virtù rese più difficile tollerare il dissenso.

Robespierre contribuì a salvare la Repubblica dall’invasione e dalla guerra civile.

Ma contribuì anche a costruire un sistema nel quale nessuno, nemmeno lui, poteva sentirsi al sicuro.

Morì sulla stessa ghigliottina che aveva colpito il re, la regina, i Girondini, gli Hébertisti, Danton e Camille Desmoulins.

Non cadde perché fosse l’unico responsabile del Terrore.

Cadde perché un’intera classe politica, compromessa nella violenza rivoluzionaria, decise di concentrare su di lui la paura, le colpe e il desiderio di sopravvivere.

La sua storia non è soltanto quella di un rivoluzionario francese.

È un avvertimento universale.

Le istituzioni create per colpire esclusivamente i nemici finiscono quasi sempre per allargare la definizione di nemico.

I poteri eccezionali concessi per un’emergenza raramente scompaiono da soli.

E chi pretende di imporre la virtù attraverso la paura rischia di distruggere tanto la virtù quanto la libertà.

Robespierre volle rendere pura la Rivoluzione. La Rivoluzione finì per considerare impuro anche lui.

Robespierre: tiranno o capro espiatorio?

La risposta storicamente più corretta non si trova in uno dei due estremi.

Robespierre non fu il padrone assoluto della Francia e non decise personalmente ogni arresto o esecuzione.

Ma non fu neppure un semplice osservatore innocente degli eventi.

Fu un protagonista centrale del governo rivoluzionario, un teorico della necessità del Terrore e un sostenitore di provvedimenti che ridussero gravemente le garanzie giudiziarie.

Allo stesso tempo, la leggenda nera costruita dopo Termidoro servì a nascondere la responsabilità collettiva della Convenzione, dei comitati, dei tribunali, dei rappresentanti in missione e delle autorità locali.

Comprendere Robespierre significa quindi rifiutare sia la caricatura del mostro solitario sia l’assoluzione completa dell’idealista perseguitato.

 

Storia, ricerca e racconto

Antonio Grillo, fondatore di Giganti della Storia e divulgatore storico
Antonio Grillo, autore e fondatore di Giganti della Storia, progetto dedicato ai grandi protagonisti, alle battaglie e ai misteri del passato.

 e dalle leggende, senza rinunciare alla forza narrativa della storia.

Con Napoleone.info, Giganti della Storia e il canale YouTube Napoleone1769 costruisco un percorso di divulgazione dedicato ai protagonisti, alle battaglie, agli intrighi e ai grandi misteri del passato.

“`

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *